ROMA. NASCITA DI UNA CAPITALE 1870-1915. MUSEO DI ROMA A Palazzo Braschi 4 Maggio – 26 Settembre 2021. Michele Cammarano, La presa di Porta Pia, 1870, collezione privata, Courtesy Galleria W. Apolloni, Roma Giacomo Balla, Dimostrazione XX Settembre, 1915, Fondazione Carisbo © GIACOMO BALLA, by SIAE 2021. Courtesy of Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura. Preview Stampa Immagini Video 4 Maggio 2021 ©Giornalista Indipendente. www.museiincomuneroma.it

ROMA Nascita di una Capitale – Intro – L’Assalto

Ideata per le celebrazioni dei 150 di Roma Capitale d’Italia, pensata e realizzata in una concertazione scientifica, archivistica ed artistica di eccezionale qualità. Dalla Breccia di Porta Pia alla fine della prima Grande Guerra, i grandi dipinti simbolo delle due epoche di Cammarano e Balla, la fotocronaca tra il popolo di Roma dal 1888 al 1903 del Conte Primoli, gli sguardi scolpiti di Cavour, Garibaldi, Mazzini e Giordano Bruno, una documentazione di archivio di propaganda e storia urbanistica inedita, una reale realtà immersiva nella nascita di una Capitale, tra mito e malcostumi di ieri e di oggi, Roma. (m.g.)

ROMA. NASCITA DI UNA CAPITALE 1870-1915. MUSEO DI ROMA a Palazzo Braschi 4 Maggio – 26 Settembre 2021. Preview Stampa Immagini e Video 4 Maggio 2021 ©Giornalista Indipendente. www.museiincomuneroma.it

ROMA Nascita di una Capitale – La Nuova Capitale I Protagonisti feat. Sovrintendente Capitolina Maria Vittoria Marini Clarelli
ROMA Nascita di una Capitale – Creare Nuovi Miti
ROMA Nascita di una Capitale – Verso La Guerra Interventisti e Neutralisti


COMUNICATI STAMPA UFFICIO STAMPA COMUNE DI ROMA / UFFICIO STAMPA ZÈTEMA PROGETTO CULTURA


COMUNICATO STAMPA

Campidoglio, da oggi al Museo di Roma la mostra

ROMA. NASCITA DI UNA CAPITALE 1870-1915, in occasione dei 150 anni dalla proclamazione

Fino al 26 settembre 2021 racconterà i grandi eventi storici e urbanistici che hanno segnato la Terza Roma,
in un dialogo costante con la sua realtà più quotidiana

Roma, 4 maggio 2021 – Ideata in occasione delle celebrazioni dei 150 anni di Roma Capitale, apre al pubblico dal 4 maggio al 26 settembre 2021 al Museo di Roma a Palazzo Braschi la nuova mostra Roma. Nascita di una capitale 1870-1915 che, ripercorrendo gli eventi storici e le profonde trasformazioni urbanistiche della Terza Roma, vuole proporre una lettura dei fatti in un dialogo intrecciato con la realtà più quotidiana della vita della nuova Capitale, nella sua cronaca minuta e nei suoi diversi aspetti socio – culturali. 

L’esposizione, promossa da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e a cura di Flavia Pesci, Federica Pirani e Gloria Raimondi, si avvale di un comitato scientifico presieduto da Vittorio Vidotto, di cui fanno parte Maria Vittoria Marini Clarelli, Bruno Tobia, Elisabetta Pallottino, Federica Pirani, Gloria Raimondi, Nicoletta Cardano, Rita Volpe. Organizzazione di Zètema Progetto Cultura.

Alla realizzazione della mostra hanno collaborato il Comitato Roma 150, il Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, la Fondazione Cineteca di Bologna, la Fondazione Primoli, l’Istituto Luce – Cinecittà, il Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso, il Museo Ebraico di Roma, il Dipartimento di Architettura e il Dipartimento delle Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Roma Tre e l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.  

Un particolare ringraziamento va alla Camera dei Deputati per la gentile concessione di importanti prestiti.  

Il catalogo curato da Federica Pirani, Gloria Raimondi e Flavia Pesci è edito da De Luca Editori D’Arte.

Nel percorso espositivo svolto in un arco temporale che va dalla Breccia di Porta Pia alla Prima Guerra Mondiale, si sviluppano tre principali nuclei tematici raccontati attraverso episodi emblematici che illustrano, insieme agli eventi storici, le trasformazioni urbanistiche e le nuove architetture della nuova Capitale, in dialogo con i mutamenti socio culturali.

Nel racconto, le circa 600 opere tra dipinti, sculture, disegni, grafica, fotografie e materiale documentario provenienti da raccolte pubbliche e private sono poste in continuo dialogo con le suggestive immagini tratte da filmati originali che descrivono Roma nel passaggio tra Otto e Novecento e, a chiusura del percorso, nel momento dei festeggiamenti per la fine del primo conflitto mondiale. Una presenza costante e significativa lungo il percorso è rappresentata dalle immagini fotografiche di straordinaria qualità realizzate dal conte Giuseppe Primoli tra 1888 e 1903, che al valore documentario uniscono quasi un carattere di reportage ante-litteram. Apparati didattici, installazioni immersive, supporti multimediali e video, a volte accompagnati da citazioni di scrittori italiani e stranieri, illustrano i tanti aspetti legati a politica, arte, commercio, industrie nascenti, turismo, sport, vita sociale e mondana che costituirono l’impalcatura su cui costruire l’immagine di una città rivolta alla modernità. 

Al grande dipinto di Michele Cammarano con la Breccia di Porta Pia, che per la sua valenza simbolica apre il percorso espositivo, fanno da contrappunto alcuni fotogrammi del film La presa di Roma” (1905) di Filoteo Alberini, documento storico     presentato per la prima volta in quell’anno sulle mura di Porta Pia e in seguito riproposto in tutte le ricorrenze dell’evento. L’importanza dell’avvenimento e la fortuna della sua iconografia saranno rappresentati da dipinti (Bartolena, Ademollo, Tranzi) e da fotografie originali che ricostruiscono l’evento. Ai ritratti in pittura e scultura dei protagonisti (Cavour, Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele) si alternano numerosi dipinti e documenti celebrativi del Plebiscito, di carattere ufficiale e popolare (Luigi Riva, Plebiscito a Roma, Vincenzo Giovannini, Il tricolore agli Orti Farnesiani), che evidenziano la risonanza dell’evento a Roma e nel Regno. 

Attraverso le rappresentazioni planimetriche del territorio urbano e della salubrità dell’aria, viene raccontato anche il drammatico rapporto della neo-capitale con il flagello della povertà e della malaria. Il grande dipinto di Federico Zandomeneghi, I poveri        sui gradini della chiesa di San Gregorio al Celio, testimonia lo stato di indigenza e sofferenza di gran parte della popolazione. 

Uno spazio di rilievo è dedicato ad illustrare la stretta relazione esistente fra Roma e il Tevere. Il fiume, via di comunicazione e luogo di scambi commerciali e di svago, è vissuto dagli abitanti anche come costante pericolo legato alle frequentissime e distruttive piene. Le opere esposte (plastico del Porto di Ripetta, dipinti, fotografie e   planimetrie) testimoniano l’ambivalenza e la convivenza tra i due aspetti.

Il visitatore poi ripercorre le trasformazioni urbanistiche della Capitale attraverso l’esposizione di modelli, progetti architettonici e bozzetti decorativi degli edifici più significativi costruiti in quegli anni con una ricca documentazione d’archivio sulla storia delle demolizioni (apertura delle grandi arterie di Via Nazionale e Corso Vittorio Emanuele) e della realizzazione dei monumenti più rappresentativi ed emblematici dell’epopea risorgimentale (Palazzo del Parlamento, Palazzo di Giustizia, Vittoriano).

Accompagnati da frasi di scrittori e intellettuali che hanno riflettuto sugli eventi relativi alla distruzione/costruzione della città (Gabriele D’Annunzio, Ermanno Grimm, Émile Zola), questi grandi cambiamenti mostrano anche la febbrile attività dei cantieri edili, che apriranno lo sguardo anche su nuove tematiche sociali e politiche, dalla    presenza operaia e proletaria alla nascita del socialismo.

Oggetto di focus specifici sono la nascita di nuovi quartieri e la trasformazione del Ghetto, con la realizzazione della nuova Sinagoga rappresentata dal modello ligneo del Tempio Maggiore e i bozzetti preparatori per la sua decorazione, provenienti dal Museo Ebraico di Roma che, nel prossimo autunno, inaugurerà a sua volta una mostra dedicata alle celebrazioni di Roma capitale dal titolo 1848-1871. Gli ebrei di Roma tra segregazione ed emancipazione.

Il grande salone del Museo è inoltre dedicato a un’ideale passeggiata attraverso Roma, nella quale vengono proposti numerosi manifesti provenienti dall’importante Collezione Salce di Treviso e una mostra nella mostra,costituita dacirca 70 immagini pressoché inedite, dedicata all’attività fotografica del conte Giuseppe Primoli e realizzata in collaborazione con la Fondazione Primoli.

Con l’elezione di Ernesto Nathan a Sindaco di Roma si assiste a una modernizzazione senza precedenti della Capitale (diffusione dell’istruzione, sanità pubblica, pianificazione urbana, infrastrutture, trasporti, illuminazione). In questi anni si sviluppano, inoltre, importanti progetti legati alla scuola (scuole in città, scuole dell’Agro Romano e apertura delle “Case del Bambino” di Maria Montessori) e alla promozione dell’immagine internazionale di Roma con la grande esposizione del cinquantenario dell’Unità d’Italia del 1911.

La mostra si conclude con la sala dedicata allo scoppio della guerra che, con i suoi enormi stravolgimenti politici e sociali, segnerà uno spartiacque cruciale nella storia del Novecento. Alla proiezione di alcuni frammenti tratti dal film “Gloria” con immagini del conflitto e di alcune fotografie di manifestazioni interventiste – accompagnate da una lettura attoriale delle parole di Gabriele D’Annunzio a favore dell’entrata in guerra –, è riservata una sala con un effetto “immersivo”. Concludono l’esposizione alcuni dipinti interventisti di Giacomo Balla, mentre L’ultima veglia di Edoardo Gioja rappresenta simbolicamente con efficace sintesi la fine del conflitto.

Per informazioni sugli ingressi e acquisto biglietti www.museiincomuneroma.it

L’acquisto online è obbligatorio per l’accesso sabato, domenica e festivi entro il giorno prima. Per gli altri giorni è fortemente consigliato.


PERCORSO ESPOSITIVO “ROMA. NASCITA DI UNA CAPITALE 1870-1915


Foto Allestimento mostra ROMA.NASCITA DI UNA CAPITALE 1870 -1915 Fotografie@Alessandro Nanni

INTRODUZIONE

All’alba del 20 settembre 1870, dopo un lungo accerchiamento, l’esercito sabaudo cannoneggia Porta Pia irrompendo dalla breccia aperta nelle mura pochi metri più avanti. Si corona così un sogno di unità per il giovanissimo Regno d’Italia, con la conquista di una città avvolta da secoli nel mito di una classicità immobile e immutabile. Roma è occupata, lo Stato Pontificio è perduto.

Ma oltre quelle mura, al di là di quella leggenda che vuole Roma eterna e pittoresca, meta agognata dei viaggiatori stranieri, i soldati trovano una città povera, afflitta dalla miseria e dalla malaria, dalle continue inondazioni del Tevere, arretrata nelle sue infrastrutture e con una popolazione che vive per lo più di sovvenzioni e di assistenza. Le Mura Aureliane segnavano il confine della città, ma dei suoi 1470 ettari di superficie solamente 383 erano edificati. Il resto era un alternarsi di ville patrizie, con i loro parchi e giardini e un susseguirsi di vigne, orti e campi, sui quali appaiono i resti delle antiche vestigia classiche.

Il racconto e la descrizione degli entusiasmi che hanno accompagnato la proclamazione della nuova capitale, la voglia di crescita e l’acquisita consapevolezza della necessità di conquistarsi un ruolo riconosciuto a livello europeo, hanno trovato nella mostra e nella varietà dei tanti materiali esposti formidabili voci narranti, che si accompagnano ai testi, tra gli altri, di Edmondo De Amicis, Gabriele D’Annunzio, Emile Zola, Henry James, Luigi Pirandello, Matilde Serao.

Come in una passeggiata attraverso lo spazio e il tempo, si alternano le rappresentazioni della città, che tra mito e realtà va costruendosi un nuovo volto, celebrando nuovi ideali e nuovi protagonisti.

La lenta modernizzazione della capitale avviene per contraddizioni, conflitti, lotte di classe, schieramenti ideologici e politici, con intellettuali e uomini di cultura che prendono nettamente partito contro le grandi demolizioni, incalzanti e inesorabili, ma che pure si entusiasmano per i progressi, le conquiste e per una nuova dimensione della vita quotidiana dedicata, tra l’altro, ai commerci, agli svaghi, allo sport, al tempo libero.

Un percorso di progresso che sempre più decisamente si afferma in molti campi: dall’istruzione alla sanità pubblica, dalla pianificazione urbana alle infrastrutture, riuscendo infine a proporre un’immagine di Roma pienamente internazionale che tocca un apice nelle tante manifestazioni ed eventi programmati per la grande esposizione celebrativa del primo cinquantenario dell’Unità d’Italia, nel 1911.

Persino i raduni a favore dell’entrata in guerra troveranno nella capitale il loro palcoscenico ideale: da un lato la retorica e la propaganda dannunziana che infiamma le piazze, dall’altra le opere di Giacomo Balla, che interpretano con spirito e linguaggio moderno la necessità vitale di un cambiamento rigeneratore, e che chiudono simbolicamente un percorso espositivo necessariamente limitato ma che si propone come stimolo per ulteriori approfondimenti.

ROMA PRIMA DELLA BRECCIA

L’immobilità sembra caratterizzare gli ultimi anni della Roma pontificia prima della Breccia. L’usanza di mettere la stoppa sui campanelli perché il silenzio non venisse turbato è l’immagine che riassume lo stato d’animo che precede gli eventi successivi.

Nel 1870 Roma appariva per molti aspetti, economici e sociali, come una città dell’ancient régime. Gli squilibri nei livelli di reddito erano compensati dalla tradizionale politica assistenziale dello Stato Pontificio quale cardine delle relazioni con i ceti popolari, impostate su un sistema di tipo paternalistico. La beneficienza e l’assistenza costituivano, peraltro, il più articolato strumento di controllo sociale. I 250.000 abitanti facevano di Roma la seconda città italiana dopo Napoli, quasi alla pari con Milano, Palermo e Torino ma lontanissima dai milioni di abitanti di Londra e di Parigi.

Quello che rendeva Roma una città diversa era, prima di tutto, il rapporto totalizzante con l’istituzione ecclesiastica perché la struttura del potere, dalla burocrazia agli organi di governo, era completo appannaggio degli uomini di Chiesa. Accanto ad essi la nobiltà svolgeva un ruolo prevalentemente economico e non di governo, chiamata a partecipare più alla rappresentazione del potere che alla sua gestione.

Anche le centinaia di migliaia di ettari dell’Agro romano erano suddivisi in latifondi di proprietà della nobiltà e della Chiesa, e da tenute più piccole gestite dai cosiddetti “mercanti di campagna” che dopo l’Unità d’Italia andranno a formare le fila della borghesia romana.

Roma era una città ancora rurale, con un’attività soprattutto amministrativa e di servizi; non mancavano alcune manifatture, soprattutto legate all’agricoltura e ad attività tessili, ma erano settori ormai in crisi a causa dell’ampia importazione. Maggiore spazio avevano la produzione di laterizi e il settore tipografico, che resteranno importanti industrie anche quando Roma diventerà capitale, poiché sia le attività editoriali che l’edilizia caratterizzeranno lo sviluppo della città.

Di contro l’innovazione si era fatta strada nelle comunicazioni, con la ferrovia pontificia che collegava la città con Bologna, Ancona e Napoli; parte della successiva espansione urbanistica della capitale si deve proprio alla collocazione della più importante stazione a Termini, nei pressi delle Terme di Diocleziano, realizzata su progetto di Salvatore Bianchi del 1869 e completata nel 1874.

20 SETTEMBRE 1870: LA BRECCIA

 “Le regie truppe sono entrate in Roma questa mattina per una breccia laterale a Porta Pia”: con queste parole, il 20 settembre 1870, Giovanni Lanza allora Presidente del Consiglio telegrafava ai prefetti annunciando la presa di Roma. Dal 17 settembre le truppe del generale Cadorna erano giunte sotto le mura della città e attendevano di riunirsi al contingente di Nino Bixio, proveniente da Civitavecchia, per completare l’accerchiamento. Artiglieria, truppe di linea e bersaglieri attendevano l’ordine di attacco, fissato per le 5,30 del mattino. “L’ora si avvicinava. Istintivamente, per uno di quei fenomeni che il ragionamento non vale a spiegare, tacevamo, trattenevamo il fiato, per timore che qualunque rumore ci distraesse… al terzo colpo degli orologi delle chiese e dei campanili che battevano le cinque e mezzo rispose un colpo di cannone… la mattinata era bellissima, senza una nuvola in cielo. Moviamoci, andiamo a Roma” (Ugo Pesci, Come siamo entrati in Roma, 1895). Un giovane Edmondo De Amicis, riporta suggestive impressioni: “la porta Pia era tutta sfracellata; la sola immagine della Madonna, che le sorge dietro, era rimasta intatta; le statue a destra e a sinistra non avevano più testa; il suolo intorno era sparso di mucchi di terra; di materassi fumanti, di berretti

di Zuavi, d’armi, di travi, di sassi. Per la breccia vicina entravano rapidamente i nostri reggimenti” (Edmondo De Amicis, Ricordi del 1870-71).

Alle dieci della mattina veniva issata sulla cupola di San Pietro la bandiera bianca, mentre Pio IX si rinchiudeva in Vaticano per non uscirne più.

L’entusiasmo si diffuse rapidamente tra la popolazione in festa, mentre alcuni giornali salutarono Roma, su cui “sventola finalmente il vessillo della libertà, la bandiera del progresso!” (“La Capitale”, 21 settembre 1870).

L’importanza anche simbolica dell’avvenimento ne determinò l’enorme fortuna iconografica, dalle concitate rappresentazioni del tema di Michele Cammarano, alle più realistiche scene di battaglia di Carlo Ademollo, alla descrizione dell’evento che, dodici anni dopo, ne darà Archimede Tranzi illustrando l’episodio della morte di Pagliari, maggiore dei bersaglieri. Le celebri fotografie che ricostruiscono con personaggi in posa l’assalto alle mura eseguite da Gioacchino Altobelli nel 1870 e i reportage sugli ospedali da campo di Ludovico Tuminello, patriota romano esiliato nel 1849 per le sue aspirazioni unitarie, rappresentano una ulteriore testimonianza della costruzione dell’epopea risorgimentale che sarà tradotta, pochi anni dopo, nel film, il primo realizzato a Roma, per la regia

di Filoteo Alberini, intitolato “La presa di Roma”.

L’ASSALTO

La tranquillità pubblica continua a essere ammirevole, e sempre numerosa è l’affluenza della fedele popolazione nei sacri tempi, ove si fanno straordinarie preghiere ad implorare il Divino aiuto nelle presenti calamità. (“Giornale di Roma”, 19 settembre 1870)

Tutte le strade che circondano il Campidoglio sono piene di gente armata che sventola bandiere tricolori e canta inni patriottici. Intanto ai bersaglieri che attendono sulla piazza vengono recati in gran copia vini, liquori, sigari, biscotti. La moltitudine va crescendo, cresce lo strepito […] Da tutte le parti di Roma il popolo accorre entusiasticamente.

Gli ufficiali che si trovano sul Campidoglio sono circondati e salutati con incredibile affetto.

Si grida: Viva Roma libera! Viva i nostri soldati! (Edmondo De Amicis, Le tre capitali, 1872).

Romani, si vuol tentare di compiere il più orrendo misfatto. Il Sommo Pontefice è minacciato dalle truppe di un Re cattolico. Roma pertanto è dichiarata sotto assedio, e i pacifici e onesti cittadini sono invitati a rimanere tranquillamente alle case loro onde la truppa possa invigilare sui pochi, e intenzionati, che cercassero di turbare l’ordine ed attentare alla pubblica sicurezza. (Hermann Kanzler, comandante in capo delle truppe pontificie, Proclama alla cittadinanza romana,13 settembre 1870).

Gli albori del crepuscolo mattutino cominciavano a tingersi del croceo color dell’aurora sul quale disegnava già chiaramente la bruna massa delle mura di Roma. L’ora si avvicinava.

Istintivamente, per uno di quei fenomeni che il ragionamento non vale a spiegare, tacevamo, trattenevamo quasi il fiato, per timore che qualunque rumore ci distraesse. (Ugo Pesci, Come siamo entrati in Roma, 1895).

Le truppe erano disposte in modo da formare due colonne d’attacco, aventi per obbiettivo l’una la Porta Pia e l’altra la breccia che l’artiglieria di posizione doveva aprire nelle mura […] Sboccando dalla villa Patrizi, il 39° fanteria si gettava con ammirevole slancio all’assalto della Porta Pia, nel mentre che il 35° bersaglieri, dalla villa stessa, lo proteggeva raddoppiando il fuoco contro il nemico;

e malgrado che questi desse al suo fuoco la massima intensità, le difese della Porta erano in breve tempo superate. (Raffaele Cadorna, La liberazione di Roma nell’anno 1870, 1889).

LA NUOVA CAPITALE. I PROTAGONISTI

All’indomani della Breccia, il generale Cadorna nominò una giunta per il governo della città di cui facevano parte sei nobili, un medico, tre avvocati e otto tra possidenti e mercanti di campagna, incaricata di preparare il plebiscito e le liste elettorali per le consultazioni politiche e amministrative.

Il risultato del plebiscito tenutosi il 2 ottobre 1870 a suffragio universale (cui parteciparono due terzi degli iscritti, solo maschi maggiorenni) fu nettissimo e sancì l’unione del territorio di Roma e del Lazio al Regno d’Italia.

Veniva così portato a termine il progetto di nazione unitaria auspicato dai quattro “Padri della Patria”, ispirato da Mazzini, appoggiato militarmente da Garibaldi e politicamente promosso da Cavour sotto l’egida del Re Vittorio Emanuele II.

Nel decreto di accettazione del plebiscito fu riconosciuta la necessità di offrire al papato le guarentigie, cioè le garanzie, anche territoriali, per il libero esercizio dell’autorità spirituale della Santa Sede. A Roma e nella provincia venne estesa la legislazione sulla soppressione delle corporazioni religiose: molti edifici, diverse chiese, e biblioteche come l’Angelica, la Casanatense, la Vallicelliana, divennero proprietà dello Stato e del Comune, palazzi e conventi si trasformarono in ospedali, scuole, opere pie e altri istituti di istruzione superiore mentre una parte di immobili venne posta all’asta e venduta.

Fin dal marzo 1861 Roma era stata designata futura capitale del Regno, più volte auspicata da Cavour in alcuni storici interventi che riproponevano la questione romana all’attenzione del neonato Parlamento d’Italia: “In Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali che devono determinare le condizioni della Capitale di un grande Stato. Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio; di una città, cioè, desinata ad essere la Capitale di un grande Stato”.

Tra dicembre e gennaio del 1871 fu deciso il trasferimento della capitale a Roma entro il mese di giugno. Occorreva spostare non solo la rappresentanza del potere legislativo ed esecutivo, il Parlamento quindi, ma anche la Presidenza del Consiglio, i ministeri, i tribunali, organizzare lo spostamento di sede degli impiegati e, più in generale, di tutto ciò che ruotava intorno al sistema politico rappresentativo, dai giornali alle Associazioni, ai circoli. Il Re arrivò in città il 2 luglio, mentre il principe ereditario Umberto e sua moglie Margherita già abitavano al Quirinale, trasformato da reggia papale in reggia dei Savoia.

E come alla Roma dei Cesari, che unificò con l’Azione gran parte di Europa, sottentrò la Roma dei Papi, che unificò col Pensiero l’Europa e l’America, così la Roma del Popolo, che sottentrerà all’altre due, unificherà nella fede del Pensiero e dell’Azione congiunti l’Europa, l’America e le altre parti del mondo terrestre. (Giuseppe Mazzini, Ai giovani d’Italia, 1859).

Tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio; di una città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande Stato. (Camillo Benso Conte di Cavour, Discorso in Parlamento, 25 marzo 1861)

Ora i popoli italiani sono veramente padroni dei loro destini. Raccogliendosi, dopo la dispersione di tanti secoli, nella città che fu metropoli del mondo, essi sapranno senza dubbio trarre dalle vestigia delle antiche grandezze gli auspici d’una nuova e propria grandezza. (Proclama di Vittorio Emanuele II per l’unità d’Italia, 9 ottobre 1870)

Noi ricordiamo qui ora il nome di Israeliti per l’ultima volta: nel momento che passiamo da uno stato d’interdetto legale al Santo Regime dell’uguaglianza civile, perché un dovere speciale di gratitudine ce lo impone. Ma retti dal vostro scettro costituzionale, noi fuori dei nostri templi non ci ricorderemo d’essere, e non saremo che Italiani, e Romani. (Ringraziamento degli Ebrei romani al Re, 29 settembre 1870.

UNO SGUARDO SOCIALE: TERRITORIO E POPOLAZIONE

Roma, con i suoi circa 220.000 abitanti, addensati in una ristretta area fra piazza del Popolo e il Campidoglio da un lato, e l’ansa del Tevere dall’altro, appare alle truppe italiane che entrano nella Breccia il 20 settembre 1870 come una città isolata in mezzo alla campagna, uno spazio vuoto.

Le Mura Aureliane segnano il confine della città, ma dei suoi 1470 ettari di superficie solamente 383 sono edificati. Il resto è un alternarsi di ville patrizie, con i loro parchi e giardini e un susseguirsi di vigne, orti e campi, sui quali appaiono i resti delle antiche vestigia classiche. L’impianto urbanistico della città è rimasto sostanzialmente quello del XVII secolo e anche la struttura sociale è quella dell’antico regime: ecclesiastici, nobili latifondisti, mercanti di campagna (gli affittuari delle grandi tenute terriere) e un popolo che vive per lo più di sovvenzioni e di assistenza e manodopera stagionale proveniente dalle campagne laziali o dalle regioni limitrofe.

Peraltro il territorio era flagellato dalla malaria, che costituiva a livello nazionale il più grave problema di sanità pubblica, tanto che nel 1882 il senatore Luigi Torelli pubblicò la prima carta della diffusione della malaria in Italia, presupposto conoscitivo per quella che nel 1884 chiamava la necessaria “guerra nazionale” per liberare il paese dalla malattia endemica.

Roma era una città che fino al 1870 presentava evidenti squilibri nei livelli di reddito, compensati dall’assistenzialismo paternalistico della Chiesa verso i ceti popolari. Anche le centinaia di migliaia di ettari dell’Agro romano erano suddivisi in latifondi di proprietà della nobiltà e della chiesa e da tenute più piccole gestite dai “mercanti di campagna” che andranno a formare le fila della borghesia romana dopo l’unità d’Italia.

Il contrasto che viaggiatori e letterati colgono immediatamente tra la memoria delle antiche vestigia classiche, già assimilata, e le miserie attuali, si trasforma agli occhi dei forestieri in un disordine tollerabile, pittoresco ed esotico, proprio perché estraneo e lontano dal proprio mondo.

Così i vicoli stretti e maleodoranti, i poveri che vivono di elemosine e abitano sulle scalinate monumentali delle chiese, l’insalubrità dell’aria che si trasforma in malaria, le inondazioni continue del Tevere, l’incessante peregrinare di molti pastori che portano dentro alla città le greggi o le popolane che raccolgono cicoria, asparagi, lumache e mazzetti di viole diventano, nella trasfigurazione letteraria, un viaggio in un presente senza tempo, popolato da figure curiose ed ancestrali, “un medioevo ospitale e pacifico” (Aristide Gabelli, 1881) da osservare con curiosità e distacco. “Ma che è quest’Agro che fa di Roma una capitale intermittente, che, colle sue esalazioni costringe a interrompere la vita cittadina, e rende più tardo e più faticoso quell’incremento che tutti aspettano con impazienza? Che è questa miniera guardata dalle arpie, che promette oro e comincia a dispensar [febbri] perniciose, quest’enigma dei naturalisti e dei medici, quest’amore dei pittori, questa tomba dei contadini, questo tormento degli economisti, così tristemente grandioso, così bello, così crudele?” (V. Aristide Gabelli, Monografia della città di Roma e della Campagna Romana, 1881).

SULL’ “ONDA PERENNE” DEL TEVERE

La presenza determinante del Tevere, che attraversa Roma da nord a sud, ha condizionato in mille modi la vita e l’aspetto della città, dando origine fin dal Settecento alle vedute pittoresche legate al lento fluire del fiume, sulle cui rive si svolgeva un’intensa vita fatta non solo di ricchi commerci fluviali e scambi verso il mare, ma anche di lavori quotidiani, dalla macinatura del grano nei mulini che vi sorgevano numerosi, alle attività di lavandaie e barcaioli. Un legame strettissimo fra Roma e il Tevere, considerato da sempre un elemento chiave per la nascita e lo sviluppo anche urbanistico della città, che nelle Elegie romane di Gabriele D’Annunzio (1891) assume i toni simbolici di un rapporto intimo tra paesaggio e stato d’animo, immagine di calma, oblio e solitudine: “Regna il Silenzio i luoghi. Nel vespro il Tevere splende: l’onda perenne ei reca della sua pace al mare. Guardano il padre fiume le querci immote”.

A questo motivo della corrente silenziosa, “tacita come il Lete”, fa da contraltare la furia distruttiva del fiume, con le frequenti piene portatrici di morte e devastazione, vissuta dagli abitanti anche come fonte costante di pericolo da cui è necessario proteggersi. L’ambivalenza e la convivenza di questi due aspetti si esprimono da un lato in immagini piene d’atmosfera e quasi idilliache, come quelle dell’antico porto di Ripetta, dall’altro in immagini di disastrose inondazioni che stravolgono il volto di Roma dal Pantheon al Foro Romano, dalle pendici dell’Aventino alla via Ostiense, trasfigurati in stranianti paesaggi di acquitrini malsani.

Così la moglie del pittore americano Elihu Vedder descrive la memorabile alluvione del 28 dicembre 1870, che per la prima volta condusse a Roma il Re Vittorio Emanuele II: “Da San Pietro a Monte Mario, da Piazza del Popolo a Ponte Molle era tutto un lago… Circa un terzo di Roma è sommerso e il livello dell’acqua continua a salire… i soldati portano viveri alle persone che sono rimaste ai piani alti e mettono in salvo quelle dei piani bassi… sembra proprio di stare a Venezia”.

Quando il Governo della neonata capitale d’Italia decide, col primo Piano Regolatore del 1883, di avviare la costruzione dei cosiddetti “muraglioni” progettati per il contenimento delle acque, il rapporto della città col suo fiume ne viene irrimediabilmente spezzato, poiché i nuovi altissimi argini

allontanano per sempre il Tevere dalla vita dei romani. Gli abbattimenti lungo le sue sponde di antichi palazzi e porti, documentati dal Comune di Roma con un’accurata campagna fotografica, portano tra l’altro alla distruzione del celebre Teatro Apollo a Tordinona, fondato nel Seicento per volere di Cristina di Svezia, e del Porto di Ripetta progettato da Alessandro Specchi.

“SOFFIA SU ROMA UN VENTO DI BARBARIE…”

Nelle rappresentazioni cartografiche del XIX secolo gli sventramenti urbani o, più poeticamente, gli “abbellimenti” delle città – come erano spesso chiamati dagli artefici dei piani regolatori – venivano rappresentati attraverso un particolare livello di lettura che comprendeva in una sola immagine il tempo presente e gli esiti futuri: generalmente in giallo erano le zone da demolire, che delimitavano case, strade, isolati e piazze, sulle quali insistevano i grandi rettilinei che avrebbero tagliato le città.

Le “nuove vie” tracciate dai piani regolatori della Roma post-unitaria, che per alcuni avrebbero dovuto spalancarsi ed allungarsi “con giovialità meneghina, frescura ginevrina, dirizzura torinese e fasto parigino” (così lo scrittore Giovanni Faldella), per molti altri furono considerate una vera e propria “distruzione di Roma”.

La più attenta classe intellettuale italiana e straniera, artisti, scrittori e letterati, infatti, disapprovarono i piani regolatori del 1872 e del 1883, che cambiarono radicalmente l’aspetto millenario della città, come un vero e proprio “vento di barbarie” (Gabriele D’Annunzio).

Ingrandire la capitale era diventato uno dei più facili e redditizi affari economici, al quale partecipavano direttamente le banche, spesso coinvolte nelle operazioni immobiliari. Fu subito evidente l’impossibilità di mettere un freno all’incessante “febbre edilizia” che in nome della necessaria modernizzazione faceva tabula rasa di alcuni dei luoghi più ammirati del mondo.

Il senso di abbandono e sgomento che invase la popolazione di fronte alle profonde trasformazioni della città e la coscienza dell’imminente perdita di un’immagine di Roma consolidata nei secoli, fecero sì che lo stesso Comune di Roma si preoccupasse di documentare con un’ampia, ma discontinua e frammentaria campagna fotografica i mutamenti urbanistici di alcuni luoghi della città che più di altri avrebbero subito modifiche e metamorfosi radicali: immagini che immortalarono le “scene del crimine” che si stava perpetrando.

Parallelamente al lavoro dei fotografi, si collocavano le esigenze degli archeologi impegnati in quegli anni a disegnare, misurare, fare rilievi di ciò che da lì a poco sarebbe scomparso e delle vestigia che contemporaneamente emergevano – spesso solo provvisoriamente – durante gli scavi. Diversi artisti si dedicarono a ritrarre le demolizioni (Luigi Serra, Filiberto Petiti) e assai vasta fu la pubblicistica di denuncia contro la speculazione edilizia, da Gabriele D’Annunzio agli scritti di Cesare Pascarella e Matilde Serao, dal direttore dell’Accademia di Francia Ernest Hébert allo storico Herman Grimm.

La sciagurata distruzione del “paradiso Ludovisi” – come veniva definitala celebre Villa Ludovisi, di cui sopravvive oggi il solo Casino dell’Aurora –, e dei suoi meravigliosi immensi giardini, è un caso emblematico dello scempio compiuto sugli oltre 30 ettari della tenuta compresi tra Porta Pinciana e Porta Salaria, che furono sacrificati alla lottizzazione per l’edificazione di nuovi quartieri nel cuore della città. Nel 1883 il principe Boncompagni-Ludovisi vendette il terreno alla Società Generale Immobiliare aggirando, col sostegno del sindaco Leopoldo Torlonia, il divieto imposto dal Piano regolatore, suscitando le reazioni indignate di molti intellettuali e letterati tra cui D’Annunzio, Henry James, Herman Grimm.

Se la distruzione dalla villa e del suo giardino è forse il caso più emblematico, moltissime furono le ville romane che scomparvero in quegli anni per far spazio alla cementificazione, mentre altre, come Villa Borghese, furono acquistate dallo Stato e cedute al Comune per diventare parco pubblico.

LE PRIME ASSOCIAZIONI DEI LAVORATORI

La gravissima crisi edilizia che alla fine del 1887 coinvolge gran parte delle attività economiche si ripercuote pesantemente anche sull’assetto sociale della città. Con la chiusura dei cantieri e delle attività legate all’edilizia si assiste all’enorme aumento della disoccupazione, dei prezzi e degli affitti che per diversi anni provocheranno proteste e rivendicazioni da parte dei lavoratori che, a cominciare dai fornaciai, inizieranno scioperi e iniziative per la difesa del lavoro. Alle manifestazioni degli edili aderiscono successivamente gli altri salariati e quei settori meno strutturati ed emarginati della popolazione che, accanto agli operai, daranno vita a un vasto movimento e a episodi come quello dell’assalto ai forni del 1888. Anche nelle celebrazioni del primo maggio le tensioni sociali sfociano in scontri violenti come la manifestazione del 1891 a Santa Croce in Gerusalemme, funestata da un morto e diversi feriti, che segna la prima insurrezione nella capitale e a cui partecipano tutte le anime della Roma operaia, socialisti, repubblicani e anarchici.

Gli anni Novanta vedono comizi operai e manifestazioni di disoccupati a piazza Dante all’Esquilino, in piazza Termini, scioperi dei cocchieri delle vetture pubbliche contro l’aumento delle linee dei tram e dei tipografi. A piazza Colonna e sotto l’ambasciata francese si manifesta contro la strage degli operai italiani immigrati ad Aigues Mortes, per mano di bande xenofobe. Bombe esplodono vicino all’albergo d’Inghilterra, nei pressi del Quirinale, a palazzo Antici Mattei. Nel tentativo di aggregare e contenere le tante organizzazioni cooperative e di mutuo soccorso operaie, nel 1892 si costituisce la Camera del lavoro di Roma. Mentre continua la mobilitazione delle diverse unioni di categoria, si apre una nuova fase di conflitto sociale con iniziative di lotta proclamate dalle singole corporazioni come avviene con lo sciopero indetto dagli scalpellini e dai pontaroli (costruttori di ponteggi) che provoca il blocco del grande cantiere del palazzo di Giustizia a piazza Cavour. Nel 1896 nasce l’“Avanti!”, organo del Partito Socialista, che ha la sua prima sede a Palazzo Sciarra in via delle Muratte, diretto da Leonida Bissolati; il disegno della testata è di Guido Podrecca.

Se gli ultimi anni dell’Ottocento sono caratterizzati da una stretta repressiva e autoritaria che porta alla chiusura della Federazione socialista romana, dell’Unione socialista romana, della Camera del lavoro e di alcuni circoli repubblicani, la svolta liberale di inizio secolo dei governi Zanardelli e Giolitti

segna la nascita di un’embrionale politica di welfare e di apertura verso il movimento operaio che riprende a invadere le piazze. Nel 1903 è proclamato il primo sciopero generale cittadino a sostegno della lotta dei tipografi per le otto ore lavorative, a cui partecipano metallurgici, fabbri, sigaraie, scalpellini; nel 1904 lo sciopero nazionale da cui prenderà vita il sindacalismo rivoluzionario, corrente di sinistra del Partito Socialista, che dopo la scissione nel 1905 fonderà a Roma la rivista “Divenire Sociale” preannunciata da un manifesto disegnato da Duilio Cambellotti. Il 6 ottobre 1906 in via Capo d’Africa con il IX Congresso del Partito Socialista è inaugurata la Casa del Popolo di Roma, destinata a diventare sede dell’Unione Socialista Romana.

La decorazione della Casa è affidata a Giulio Artistide Sartorio, allo “scultore e compagno” Libero Valente e a Carlo Fontana. Oltre alle attività politiche, vi si svolgono lezioni e attività educative per adulti e il doposcuola per i bambini, concerti e incontri.

DEMOLIRE E COSTRUIRE

La nascita della nuova Roma comportò una trasformazione fisica della città in tempi rapidissimi, per accogliere impiegati ministeriali, militari, negozianti, imprenditori, costruttori, oltre agli uomini politici e ai giornalisti. E naturalmente artigiani, operai, muratori e manovali per lavorare alle nuove costruzioni.

Nei due secoli precedenti la proclamazione di Roma capitale il tessuto edilizio cittadino non aveva subito modifiche sostanziali, collocandosi nella griglia definita dagli interventi di Sisto V (1585-1590). La costruzione della stazione ferroviaria a Termini a partire dal 1867 si poneva come una realtà ormai imprescindibile. Investitori e speculatori – banche e finanzieri – cominciarono ad acquistare terreni intorno alle Terme di Diocleziano e Quintino Sella, allora ministro delle Finanze, volle costruire la nuova città dei ministeri nella zona est della città, tra Porta Pia e il Quirinale, l’attuale via XX Settembre. Circa dieci anni dopo si decise di collocare il grande monumento a Vittorio Emanuele II (1882, ma i lavori iniziarono nel 1885) sul versante nord del Campidoglio e di costruire il nuovo quartiere a Prati di Castello al di là del Tevere.

Nonostante i progetti del sindaco Pianciani, patriota e mazziniano che immaginava Roma come una metropoli industriale e operaia al pari delle altre capitali europee, fu il governo a decidere il futuro della città. Con la prima legge speciale su Roma (18 marzo 1881) si definì una serie ingente di opere pubbliche confluite nel Piano regolatore del 1883. Dovevano essere realizzati, tra molto altro, il Palazzo di Giustizia, i quartieri militari per l’alloggiamento dei reggimenti di fanteria e artiglieria, una piazza d’armi, almeno due ponti sul Tevere, il Palazzo delle Esposizioni di Belle Arti e il proseguimento di via Nazionale da piazza Venezia fino al Tevere (l’attuale corso Vittorio Emanuele II). Le sedi del governo e della maggior parte dei ministeri, tribunali, caserme, carceri e licei furono collocate in pieno centro, in palazzi e conventi (il Ministero degli interni a Palazzo Braschi, il liceo Visconti al Collegio romano dei gesuiti, il carcere al convento delle carmelitane a Regina Coeli). Per la Camera dei Deputati si scelse il Palazzo di Montecitorio, fino ad allora sede del Tribunale e del Senatore di Roma.

Il Piano regolatore prevedeva anche lo sviluppo di nuovi quartieri come Macao, Testaccio e l’Esquilino, già parzialmente costruito, con il disegno della grandiosa piazza intitolata a Vittorio Emanuele, dai palazzi porticati e un giardino al centro, così come il tracciato di via Cavour la cui costruzione sarà completata solo nel primo decennio del nuovo secolo, comportando sventramenti radicali che anticipano quelli poi compiuti dal fascismo per costruire via dell’Impero.

CITTÀ ANTICA E CITTÀ MODERNA NELLA COSTRUZIONE DI ROMA CAPITALE

La sala si apre con un’ampia rassegna di tavole, eseguite dall’architetto Felice Cicconetti su incarico dell’archeologo inglese John Henry Parker, a documentazione dello stato delle Mura Aureliane – di proprietà comunale fin dal 1847 – negli anni immediatamente precedenti la presa di Roma.

Nel primo ventennio di Roma Capitale, la cura delle testimonianze monumentali della città antica e della città papale e la soluzione del loro rapporto con le trasformazioni in atto erano affidate alle due

amministrazioni del nuovo Stato italiano e del Comune di Roma, in parti non sempre chiaramente definibili, disuguali e spesso conflittuali. Alla città antica il plebiscito del 2 ottobre 1870 riservò fin da subito un ruolo primario.

Nel 1872, il Comune affidò la cura dei monumenti di sua competenza alla Commissione Archeologica Comunale, presieduta dallo stesso sindaco della città. Ne facevano parte personalità già molto note nel loro ambito scientifico e istituzionale: Pietro Ercole e Carlo Ludovico Visconti, Giovanni Battista De Rossi, Rodolfo Lanciani, Pietro Rosa, Virginio Vespignani, Augusto Castellani, Filippo Maria Vitelleschi. Il lavoro incessante della Commissione – che doveva prendersi cura anche dei monumenti venuti alla luce nel corso della costruzione dei nuovi quartieri previsti dai piani regolatori del 1873 e del 1883 – segnò un momento di avanzamento della cultura topografica romana, affidato soprattutto a un’accurata documentazione grafica dei resti emergenti della città antica: ne sono un esempio la pianta dell’Esquilino di Costantino Sneider, le due piante del quartiere Testaccio e un campione dei numerosi disegni fatti eseguire dalla Commissione.

All’ingegnere comunale Pietro Narducci furono affidati lo studio e la parziale riattivazione del sistema fognario antico, accuratamente indagato e riportato nella pianta generale delle fogne urbane da lui

pubblicata nel 1889.

Il modello ligneo al centro della sala dà conto dei lavori che spettavano allo Stato, responsabile della tutela dei monumenti pubblici e degli scavi del Regno: al 1871, gli scavi del Foro Romano, già avviati dal governo pontificio fin dall’inizio del secolo, erano ancora in una fase di transizione.

Le strutture antiche portate alla luce nei decenni successivi sono visibili nella foto area da pallone frenato, fatta eseguire da Giacomo Boni agli inizi del XX secolo.

Lo Stato e il Comune lavorarono insieme alla realizzazione della “passeggiata archeologica”: un progetto urbano, promosso nel 1887 dalla Legge Baccelli-Bonghi e completato nel 1914, che fu anche il luogo di sperimentazione della tutela dei nuovi paesaggi archeologici.

Ai fini della conoscenza della città antica, anche la monumentale Forma Urbis Romae, pubblicata da Lanciani tra il 1893 e il 1901 (di cui si espone la riproduzione di uno stralcio riguardante l’area archeologica centrale e l’Esquilino), evidenzia il lavoro compiuto dalle due amministrazioni negli anni della costruzione della capitale.

DAL VITTORIANO ALL’ALTARE DELLA PATRIA

Un disegno di legge del 1878 disponeva di erigere “in Roma un monumento nazionale alla memoria di Re Vittorio Emanuele, liberatore della Patria, fondatore della sua Unità”, un mausoleo permanente per celebrare il primo re d’Italia, che aveva portato a compimento il processo di unificazione.

Il Colle capitolino fu scelto per collocare in una posizione dominante il grande monumento; per le sue colossali dimensioni l’edificio rivoluzionò un intero quartiere ergendosi al centro di ampi spazi vuoti, nascondendo e sovrastando l’antica Roma dei Fori, creando un’immediata visione prospettica di piazza del Popolo e, al contempo, collegandosi al Tevere tramite il nuovo corso Vittorio Emanuele.

Il progetto di Giuseppe Sacconi, vincitore del secondo concorso del 1882 (dopo un primo nel 1880 rimasto senza esito), esigeva numerosi espropri e demolizioni di edifici preesistenti nella zona adiacente al Campidoglio, effettuati grazie a un preciso programma stabilito dal Governo di Agostino Depretis. Furono sacrificati interi quartieri, edifici e palazzi medievali (tra cui l’antico convento annesso alla chiesa di Santa Maria in Aracoeli), non senza l’opposizione di importanti personalità della politica e della cultura, per ricavare lo spazio di quella che era un tempo piazza San Marco, divenuta poi piazza Venezia.

La prima pietra fu posta solennemente da Umberto I di Savoia nel 1885 e l’inaugurazione, il 4 giugno del 1911 per il 50° anniversario dell’Unità d’Italia, avvenne alla presenza del sindaco Nathan e del presidente del consiglio Giolitti, di fronte a migliaia di partecipanti. Ma al momento dell’inaugurazione la costruzione era ancora largamente incompleta e le operazioni di isolamento si protrassero oltre la metà degli anni Venti, mentre il complesso architettonico potrà dirsi compiuto solo intorno al 1935.

Il monumento è concepito da Sacconi come un moderno “foro” aperto ai cittadini, in marmo bianco disposto su tre livelli comunicanti con scalinate, culminante in un grandioso colonnato neoclassico inserito tra due portici. La statua equestre di Vittorio Emanuele, fulcro dell’intero monumento, rimanda al Marco Aurelio capitolino, mentre lo scenografico apparato decorativo di Vittorie alate in marmo e bronzo dorato esalta simbolicamente il compimento dell’unità nazionale, rimandando ad altre Vittorie presenti sul coevo Ponte Vittorio. Giulio Bargellini e Antonio Rizzi eseguirono le decorazioni dei mosaici delle lunette, di cui si presentano qui alcuni bozzetti preparatori.

Nato con lo scopo esplicito di divenire il simbolo stabile di una patria unita, sollecitando il senso identitario e di appartenenza degli Italiani, il monumento s’impone di fatto per il suo gigantismo sproporzionato e anomalo, un corpo estraneo nella città in evidente contrasto con le architetture circostanti, improntate – come disse Marcello Piacentini nel 1916 – a un “carattere pittoresco, e non grandioso”.

CREARE NUOVI MITI

Già dall’anno successivo alla Breccia di Porta Pia il municipio e i cittadini romani iniziarono a celebrare l’importante ricorrenza del 20 settembre con un corteo popolare per le vie della città che si concludeva davanti alle Mura Aureliane.

La giovane capitale doveva, infatti, dotarsi di una forte identità simbolica e creare i nuovi miti della nazione in grado di confrontarsi con la sua storia secolare.

La necessità di costruire “in marmo” la memoria e il racconto della città nuova si concretizza nell’intitolazione delle strade alla storia recente (via XX Settembre, via Nazionale) e nell’edificazione di monumenti ai protagonisti dell’epopea nazionale. Il primo monumento patriottico ad essere edificato fu quello ai caduti nella battaglia di Dogali in Eritrea: una edicola sormontata da un obelisco realizzata nel 1887 da Francesco Azzurri nel piazzale antistante la stazione Termini. Il 9 giugno del 1889 venne inaugurata a Campo de’ Fiori, con una grande manifestazione, la scultura al filosofo Giordano Bruno, monaco domenicano condannato al rogo come eretico nel 1600. La costruzione del monumento, opera di Ettore Ferrari, per il suo significato decisamente anticlericale, divenne il terreno di uno scontro politico nazionale, come simbolo della lotta all’oscurantismo della Chiesa, tra la sinistra al governo del paese e i moderati e le forze cattoliche.

Ma fu in occasione del primo “giubileo laico” nel 1895 che la politica di Francesco Crispi, allora al governo, poté esplicitarsi compiutamente «[…] il concetto del monumento a Roma è superiore a qualunque altra considerazione. Roma è la capitale d’Italia. Roma colle sue due civiltà, col suo doppio passato, deve raccogliere tutte le grandi memorie dei suoi eroi, di coloro che si sono battuti

ed hanno cooperato alla formazione dell’unità italiana; Roma è la sede necessaria di tutti questi monumenti». Il 20 settembre divenne festa nazionale e nella ricorrenza del venticinquesimo anno furono inaugurati numerosi monumenti dedicati ai protagonisti e agli eventi che segnarono la storia del Risorgimento e la nascita della nazione; la colonna commemorativa a Porta Pia, il monumento equestre di Garibaldi sul Gianicolo, opera di Emilio Gallori, scoperto alla presenza dei reali e di decine di migliaia di cittadini, garibaldini con le camicie rosse, esponenti delle logge massoniche con i propri vessilli; il monumento a Cavour di Stefano Galletti nella piazza omonima a Prati dove era in costruzione il palazzo di Giustizia e quello a Marco Minghetti a piazza S. Pantaleo affacciata sul nuovo corso Vittorio Emanuele. Come spesso avviene, le grandi feste e le celebrazioni costituiscono un efficace strumento di consenso popolare, particolarmente opportuno nel 1895 quando il governo Crispi ebbe necessità di risollevare l’immagine della “Terza Roma” profondamente compromessa dalla recente crisi edilizia e dagli scandali bancari. Della sacralizzazione della festa restano innumerevoli progetti di apparati effimeri, dalle macchine pirotecniche agli archi trionfali, come contraltare laico al Giubileo papale che pochi anni dopo aprì i battenti a Roma nel 1900.

LA “ROMA BIZANTINA”

Dell’intensa stagione culturale affermatasi a Roma sul finire del secolo furono interpreti numerosi artisti che, muovendo da premesse simboliste e decadenti, manifestarono le prime aperture verso il “modernismo” novecentesco e le innovative espressioni dello stile liberty e art nouveau, tradotte con esiti particolarmente felici nella grafica e nell’illustrazione libraria.

Nuovo centro d’irradiazione culturale sul piano nazionale, in quegli anni Roma riuscì a unire giornalismo e cultura sulle pagine della “Cronaca Bizantina”, pubblicata tra 1881 e 1885 dall’editore Angelo Sommaruga.

Coniugando in una variegata miscela di costume, arte, letteratura e cronaca mondana le illustri firme dei propri collaboratori, da Carducci al giovane D’Annunzio, da Matilde Serao alla Contessa Lara e Vernon Lee, “la rivista più curiosa del mondo” (come la definì Scipio Slataper nel 1911) condusse una nominale “battaglia bizantina” con un atteggiamento genericamente progressista e anticonformista, anticlericale e antiborghese.

Dopo il fallimento di Sommaruga la rivista venne acquisita dal principe Maffeo Colonna di Sciarra, che nel novembre 1885 ne affidò la direzione a D’Annunzio, durando tuttavia solo fino al marzo 1886. Ospitata nel palazzo del principe in via del Corso, nei nuovi spazi sovrastanti la Galleria Sciarra, il periodico assunse un più accentuato gusto estetizzante e meno provinciale, che guardava oltre confine alla Francia e soprattutto all’Inghilterra, curando maggiormente la propria veste grafica. Il ciclo decorativo eseguito in stile art nouveau da Giuseppe Cellini per la Galleria Sciarra (1886-1888) esalta in chiave allegorica le virtù tradizionali della donna ed è un esempio emblematico di questo gusto estetizzante, ispirato a raffinati motivi quattro-cinquecenteschi dell’arte italiana secondo il programma contemporaneamente promosso dal movimento “Arts and Crafts” dei preraffaelliti inglesi William Morris e Edward Burne-Jones.

Nel palazzo aveva sede redazionale e tipografica anche il quotidiano “La Tribuna”, in origine organo della Sinistra fondato da Alfredo Baccarini e Giuseppe Zanardelli, rilevato dallo stesso Maffeo Colonna nel 1887, e dell’omonima casa editrice che curò molte edizioni dannunziane.

Una marcata collaborazione tra arte e poesia venne sperimentata nell’edizione dell’Isaotta Guttadauro (1886) sontuosamente illustrata, tra gli altri, dallo stesso Cellini insieme a Giulio Aristide Sartorio, Enrico Coleman, Vincenzo Cabianca. L’idea di un’editio picta che rinnovasse l’antico connubio fra immagine e testo fu di Cellini, personaggio centrale della cultura di quegli anni legato a D’Annunzio da grande amicizia, al quale si deve anche il nome del gruppo “In Arte Libertas”, fondato nel 1886 da Nino Costa e Sartorio.

Assiduo frequentatore della celebre Terza saletta del Caffè Aragno, ritrovo “di tutti gli uomini d’ingegno che abitavano o capitavano a Roma” (Giovanni Papini), nel 1903 Edoardo Camis de Fonseca portò in città l’attività della società editrice “Novissima. Albo d’Arti e Lettere” da lui fondata

a Milano due anni prima, con un cenacolo d’intellettuali, tra cui Aleardo Terzi e Antonio Rizzi. In linea con il modernismo europeo, De Fonseca fonderà nel 1908 il quindicinale “La Casa” a cui collaboreranno tra gli altri Duilio Cambellotti, Vittorio Grassi e Alessandro Marcucci.

Foto Allestimento mostra ROMA.NASCITA DI UNA CAPITALE 1870 -1915 Fotografie@Alessandro Nanni

GIUSEPPE PRIMOLI: REPORTAGE DALLA CAPITALE

Sono abbastanza straniero per visitare Roma e abbastanza romano per capirla (Giuseppe Primoli, Memorie. I primi anni romani 1871-1879, 11 novembre 1873)

Il conte Giuseppe Napoleone Primoli, detto Gégé (1855 – 1927), romano di nascita e francese da parte di madre (Charlotte Bonaparte pronipote di Napoleone), fu un colto intellettuale, appassionato bibliofilo, scrittore memorialista, collezionista, mecenate e talentuosissimo fotografo che visse tra Roma e Parigi in un periodo di grandi trasformazioni sociali e culturali. Giovanissimo ebbe intensi rapporti con il mondo letterario e artistico parigino frequentando il salotto della zia Matilde Bonaparte

dove conobbe Charles-Augustin de Sainte-Beuve, Théophile Gautier, Charles Baudelaire, i fratelli Goncourt, i Dumas, Ernest Renan.

Tornato a Roma nel 1870, a seguito della disfatta di Napoleone III, Primoli fu introdotto nei circoli più esclusivi della nuova capitale, stringendo legami, fra gli altri, con Gabriele D’Annunzio, Matilde Serao, Edoardo Scarfoglio, Arrigo Boito, Giuseppe Giacosa, Giovanni Verga, Cesare Pascarella, Eleonora Duse e i pittori Giulio Aristide Sartorio e Francesco Paolo Michetti.

Nel suo ruolo di “ambasciatore” culturale tra i due paesi promosse in Francia gli scrittori e gli artisti italiani della sua cerchia e ospitò nel palazzo romano, a via dell’Orso, Guy de Maupassant, Paul Bourget, Alexandre Dumas figlio, Sarah Bernhardt.

Sorprendente ed estremamente prolifica fu la sua attività di fotografo, soprattutto tra il 1888 e il 1905. Libero dai vincoli del mercato che caratterizzavano il lavoro dei professionisti, Primoli fu un eccezionale dilettante che con un Kinégraphe, apparecchio reflex a lastre di 8×9 centimetri a fuoco fisso, ritrasse la vita di strada che si svolgeva nella capitale e gli svaghi dell’aristocrazia alla quale apparteneva. Ma oltre alla novità dei soggetti, dai mestieri all’aperto agli operai nei cantieri, dai caseggiati in costruzione ai cortei dei reali e alla devozione popolare, ciò che rende Primoli “il fotografo più originale dell’Ottocento italiano” (Vitali 1968) sono la modernità del linguaggio e la capacità di visione.

Alcuni suoi lavori sono veri e propri reportage, documentati da numerosi scatti da diverse angolazioni, su eventi particolari come, ad esempio, il comizio del Primo maggio (1891) o l’accampamento di Buffalo Bill a Roma (1890). La sua qualità più straordinaria è la capacità di ritrarre

l’avvenimento attraverso lo sguardo di chi vi partecipa: coglie non visto espressioni di stupore, ricerca insolite inquadrature, riprende persone da tergo, quasi identificandosi con quella visione anonima, ponendo addirittura il soggetto ai margini dell’immagine.

Primoli fu consapevole che il mezzo fotografico, l’unico che riuscisse a catturare l’istante, era il più adatto a documentare il presente, una contemporaneità che mostrava insanabili contraddizioni e che riuscì a cogliere nella sua complessità.

PASSEGGIATA IN CITTÀ

Passeggiando per le strade della capitale, sui muri dei palazzi, sui tavolati che nascondono i cantieri degli edifici in costruzione, si moltiplicano, ammiccanti, immagini che offrono al passante una rappresentazione di progresso, di modernità e l’idea di nuova identità italiana.

Come testimoniano anche le fotografie coeve, i manifesti pubblicizzano prodotti di ogni genere, dalle attività commerciali (grandi magazzini, luoghi di ritrovo, caffè, ristoranti), ai progressi tecnico-scientifici (luce a incandescenza) e alle nuove conquiste sociali, dai giornali e dalla stampa periodica con sede a Roma, al turismo e alle manifestazioni sportive, fino alle molte e varie occasioni d’incontro mondano.

L’arte della réclame, che ha ormai un ruolo fondamentale nel veicolare informazioni e prodotti, trova anche a Roma validi interpreti.

Dopo gli ammonimenti del giovane Gabriele D’Annunzio, che già nel 1885 invitava i pubblicitari romani a guardare al modello esemplare del parigino Jules Chéret, mettendoli in guardia da quei mediocri annunci che “deturpano le mura di Roma in ogni stagione come una lebbra schifosa” (“La Tribuna”, 11 giugno 1885), si creò in breve tempo una generazione di illustratori attivi in città che fin dagli anni Novanta produssero immagini di grande impatto visivo, ciascuno con uno stile personale e definito.

Il romano Giovanni Mataloni ne fu l’antesignano, ideando il primo affisso dedicato al brevetto Auer per l’illuminazione a gas (post 1895), che era all’epoca in competizione con quella elettrica, seguito negli anni immediatamente successivi da altre illustrazioni di Duilio Cambellotti destinate allo stesso

e ad altri brevetti per l’illuminazione. Proprio al manifesto di Mataloni per Auer si deve il primo riconoscimento del valore artistico dell’affiche, un successo decretato dal critico Vittorio Pica sulle pagine di “Emporium”, nel 1897.

Accanto ad artisti romani o italiani, molte pubblicità di marchi celebri provenivano dall’estero, come quella del Cognac Bisquit di Alfons Mucha del 1899, o quello per Il Don Chisciotte di Roma realizzato dal polacco Franz Laskoff fra il 1893 e il 1899.

Tutta una produzione si volge poi al filone pubblicitario dei giornali e della stampa, in Roma sempre più diffusa e numerosa, che contava a fine anni Settanta oltre 100 testate. Tra i molti esempi, il triestino Marcello Dudovich esegue nel 1901 il manifesto per il “Giornale d’Italia”, utilizzando l’ancora

potente simbolo del bersagliere contro uno schematico paesaggio italiano.

Cambellotti e Aleardo Terzi si confrontano nell’ideazione dei rispettivi manifesti in occasione dell’Esposizione per il cinquantenario del 1911, in uno scambio continuo e proficuo iniziato anni prima, a testimonianza di quella stagione aurea della grafica pubblicitaria italiana tra 1895 e 1915.

“…Ho fatto delle spese, ho passato quasi tutto il pomeriggio girando per i magazzini eleganti. In via due Macelli ho trovate certe mosche giapponesi, grandissime, composte di una specie di vimini intrecciati, elegantissime per appenderle al muro e per tenervi de’ fiori…

I marciapiedi sono per lo più formicolanti di bimbi e di bambinaie. I piccoli indigeni della Ciociaria passano con sul capo cesti di fiori o di mandarini o di aranci … I giovincelli, nella mattinata, portano

all’occhiello un mazzolino di viole. Qualche dama, tutta brillante in un mantello di jais, porta fra le mani un gran mazzo di rose thee.

Quasi un soffio primaverile si propaga nell’aria. Il Corso, dalla Piazza della Colonna alla Piazza del Popolo, è un lungo fiume solare, un mollissimo fiume aureo dentro cui i corpi s’ immergono con voluttà. (Sir Ch. Vere de Vere, pseudonimo di Gabriele D’Annunzio, “La Tribuna”, 17 dicembre 1884).

MONDANITÀ E TEMPO LIBERO

Nella città in trasformazione si assiste anche a profondi cambiamenti sociali e antropologici che vedono mutare abitudini, comportamenti e costumi. La città rappresenta il centro catalizzatore di interessi politici ed economici verso cui affluisce una moltitudine variegata di immigrati di ogni ceto sociale. Famiglie nobili italiane legate alla corte o impegnate nella vita politica, apparati della pubblica amministrazione e della burocrazia statale provenienti dalle ex capitali Torino e Firenze, commercianti, impiegati, professionisti si uniscono ai tanti contadini e braccianti inurbati dalle campagne, intervenendo nelle complesse dinamiche dei nuovi ceti in formazione. La società che cambia impone e aggiorna i suoi riti e richiede nuovi luoghi in cui celebrare la mondanità in una interazione sempre più stretta tra le élites sociali, tra politica, mondo della cultura e la classe medioborghese in ascesa in una città che si apre alle relazioni internazionali e al turismo. I nobili partecipano ai balli di Corte e danzano nei saloni dei grandi alberghi o nelle dimore aristocratiche e non disdegnano i veglioni in occasione del Carnevale che privato della tradizionale corsa dei bàrberi continua a mantenere il suo carattere trasgressivo e di svago in cui i confini tra le classi sociali si confondono. Il divertimento dilaga nella città invadendo le vie con carri e cortei allegorici e nei teatri

dove nobili e borghesi cenano e ballano.

Le relazioni tra le diverse classi sociali trovano nella città luoghi di scambio e di confronto, tra questi i teatri, i caffè, gli spazi per lo sport costituiscono i palcoscenici per nuove occasioni di incontri mondani. Si passeggia al Pincio a piedi o in carrozza, si fanno acquisti nel modernissimo tempio della moda dei fratelli Bocconi e nei negozi del Corso o di via Nazionale e via del Tritone, le nuove strade commerciali della capitale che propongono le novità parigine o londinesi, oppure si va al caffè. Aprono, chiudono o si rinnovano l’Aragno, il Faraglia, il Caffè di Roma che insieme a tanti altri e ai numerosi ristoranti, ricordati dalla letteratura e dalle cronache, sono frequentati da artisti, politici e intellettuali.

Mentre si affermano gli esclusivi Circoli della Caccia e degli Scacchi, fondati e frequentati dall’aristocrazia che partecipa alla Caccia alla volpe nella Campagna romana o pratica il il golf, lo skating, il polo che diventano, con il tiro al piattello o al volo tra i passatempi preferiti, l’interesse per la pratica sportiva nelle diverse discipline inizia a diffondersi coinvolgendo anche un pubblico sempre più numeroso.

Le attività sportive più praticate come la ginnastica e il canottaggio, insieme al nuoto sul Tevere, sono coordinate da organizzazioni amatoriali e associazioni fondate fin dai primi anni di Roma capitale. Tra le più prestigiose il Club Canottieri Tevere (poi Club del Remo e Reale Club Canottieri Tevere Remo), la Società Ginnastica Romana, fondata da Menotti Garibaldi, la Società Canottieri Aniene e l’Associazione Canottieri Lazio, la Canottieri Roma e la Società Podistica Lazio, che promuoverà il football, la Società velocipedistica romana, rappresentarono un formidabile veicolo di

diffusione dello sport e dell’attività fisica che, da divertimento riservato all’élite, entreranno sempre più nella vita quotidiana e nelle abitudini popolari.

Lungo le rive del Tevere le spiagge di Regola, della Renella dei Prati, destinate a scomparire per la

costruzione dei muraglioni, nella bella stagione gli stabilimenti dei Polverini si animano di bagnanti che prendono il sole assistendo alle gare di canottaggio e di nuoto. Agli Ippodromi delle Capannelle sulla via Appia, di Tor di Quinto e dei Parioli, si svolgono le corse dei cavalli a cui assistono borghesi e aristocratici, mentre nei Poligoni di Tiro a segno Nazionale a Tor di Quinto e del Tiro a segno alla Farnesina, con suoi padiglioni, sale per ricevimenti e ristorante, le gare nazionali diventano occasioni di mondanità per un pubblico composito di curiosi e di appassionati. Negli ampi spazi della piazza d’Armi o a piazza di Siena a villa Borghese si gioca al pallone o al tiro alla fune e si svolgono gare di ginnastica mentre in città nelle strade si assiste al passaggio delle corse ciclistiche che, come la XX Settembre – Roma-Napoli-Roma del 1902, o la prima corsa multidisciplinare del 1905, che univa ciclismo corsa nuoto in un percorso che da Porta Pia, attraverso via Nomentana, viale Parioli, Tevere fino a via Flaminia, celebrò la ricorrenza della breccia di porta Pia.

MONDANITÀ E TEMPO LIBERO. MUSICA E SPETTACOLO

La musica rappresenta un importante aspetto della vita culturale della neocapitale che, per un pubblico sempre più vasto e diversificato, ha bisogno di cambiamenti e novità nell’offerta dei repertori e di spazi adeguati.

Accanto alle più antiche istituzioni ufficiali che come la Filarmonica romana e l’Accademia di Santa Cecilia contribuiscono a far conoscere anche generi musicali d’oltralpe, riproposti in piazza dagli applauditissimi concerti della banda diretta dal maestro Vessella, anche l’Anfiteatro Umberto I, già Corea, trasformato in Auditorium nel 1907 inizia una lunga stagione musicale sotto la gestione dell’Accademia di Santa Cecilia che fin dal 1870 aveva sostenuto la creazione della prima scuola musicale pubblica della città. Con la distruzione nel 1889 dello storico teatro Apollo a Tordinona, per la costruzione dei muraglioni del Tevere, la vita mondana musicale della nuova capitale si sposta al teatro Argentina già acquistato dal Comune e più tardi al Costanzi che, inaugurato nel 1880, diventa un moderno teatro d’opera aperto alle novità internazionali. La prosa trova i suoi nuovi palcoscenici al Rossini, all’Arena Nazionale poi Eliseo e al Teatro Drammatico Nazionale.

Nel teatro Quirino, il primo di Roma capitale edificato in legno nel 1871 e poi ricostruito nel 1882, si

rappresentano operette e pulcinellate. Si diffondono anche i café chantant come il Salone Margherita così chiamato in omaggio alla regina, la Birreria Poli a Fontana di Trevi, l’Orfeo in via Depretis, il Gambrinus, uno chalet davanti alla Stazione Termini, l’Olympia in via in Lucina, dove si cena ascoltando la bella Otero o Lina Cavalieri. Nei nuovi quartieri Prati ed Esquilino nascono il Teatro Alhambra al lungotevere Mellini, un capannone di legno in cui vanno in scena opere ed operette e vengono organizzate serate di danza; a piazza Cavour il Politeama Adriano propone i generi più vari, il teatro Jovinelli tra i più importanti teatri di varietà, che in piazza Guglielmo Pepe prende il posto del Padiglione delle Meraviglie che vide gli esordi di Petrolini, offre numeri comici e macchiette, canzonettiste, danzatrici, acrobati e trasformisti. Gli stessi teatri accoglieranno anche le prime proiezioni cinematografiche e attività legate alla vita sociale della città, balli e veglioni in occasione del Carnevale, manifestazioni politiche, lotterie di beneficenza, comizi interventisti, conferenze, esposizioni d’arte.

UN’ALTRA ROMA. GLI ANNI DI NATHAN

“Guardiamo all’avvenire… a una grande metropoli ove scienza e coscienza indirizzino… rinnovate attività artistiche, industriali, commerciali… guardiamo attraverso la breccia di Porta Pia”. Il discorso d’insediamento di Ernesto Nathan a Sindaco di Roma il 25 novembre 1907 segna per la vita politica della capitale una profonda discontinuità. Un ebreo di origini anglo-italiane, mazziniano e massone è ora alla guida del Blocco popolare, un’alleanza tra Unione liberale, repubblicani, radicali e socialisti destinata a trasformare radicalmente il volto della capitale.

Tra i suoi provvedimenti, portati avanti anche grazie all’appoggio del Governo Giolitti, emergono lo sviluppo dell’istruzione elementare e la costruzione di nuove scuole, l’incremento dei servizi pubblici con la municipalizzazione dei trasporti e dell’energia elettrica e la riduzione dei monopoli, il ricorso allo strumento democratico del referendum, il controllo dei prezzi sui generi alimentari e la costruzione della Centrale del Latte, l’attenzione al settore sanitario con l’introduzione della guardia ostetrica e stazioni di sanità nelle borgate e nell’Agro romano. Anche l’imposta sulla rendita fondiaria era congegnata per favorire l’amministrazione pubblica: demandando al proprietario la definizione della base imponibile, il Comune avrebbe potuto, nel caso di una valutazione troppo bassa, intervenire con l’esproprio e risarcire il valore dichiarato.

Nel 1909 il piano regolatore di Edmondo Sanjust di Teulada introduce l’idea di una circonvallazione esterna che colleghi i diversi quartieri e propone tre nuove tipologie edilizie: i “fabbricati” intensivi, fino a 24 metri di altezza (Piazza d’Armi, Flaminio, Piazza Bologna e San Giovanni), i “villini” (soprattutto nei quartieri Pinciano, Salario e Nomentano e, a sud-ovest, Aventino e Monteverde) e i “giardini”, riservati a edifici di lusso.

Contro il diffuso analfabetismo e per consolidare un sistema laico di educazione, si raddoppiano gli edifici scolastici dotandoli di mense gratuite, ambulatori, biblioteche, e si promuovono i giardini d’infanzia: in questo periodo Maria Montessori fonda la prima «Casa dei bambini» nel quartiere di San Lorenzo dove sperimenta il suo metodo didattico.

Sono istituiti nuovi musei, “quello dei ricordi dell’arte medievale” a Castel Sant’Angelo e il Museo Nazionale alle Terme di Diocleziano; nel 1908, sopra il Mausoleo di Augusto, trova casa un auditorio con 3000 posti per le stagioni musicali dell’Accademia di Santa Cecilia e sul palco si avvicenderanno musicisti come Toscanini, Mahler, Sibelius e Mascagni.

La componente anticlericale della Giunta si impone con forza il 20 settembre 1910, nel memorabile discorso del Sindaco in occasione delle celebrazioni per la presa di Porta Pia. Vi si esalta il cammino della Terza Roma contro l’immobilismo della città papalina definita “prototipo del passato”, discorso che provocherà la dura reazione di Pio X e porterà allo scontro aperto col mondo cattolico.

L’Esposizione Universale del 1911 favorisce un grande sforzo urbanistico e una serie di interventi edilizi che modificano l’assetto cittadino: s’inaugura il monumento a Vittorio Emanuele, si completa il Palazzo di Giustizia e si realizzano la Passeggiata archeologica, la Galleria nazionale d’arte moderna, il Giardino zoologico, l’Ippodromo e lo Stadio Flaminio, i nuovi ponti Vittorio e Risorgimento: tutte opere e infrastrutture che cambiano il volto della capitale, consolidandone il prestigio nazionale.

INTORNO ALLA CITTÀ “ER DESERTO”

Er deserto, così fu definita in un sonetto di Gioacchino Belli del 1836 la desolata e immensa distesa di latifondi della campagna romana. Misere casupole punteggiavano una pianura insalubre abitata da contadini, per lo più nomadi, assoldati dai caporali nelle regioni vicine per lavorare nei campi. I “mercanti di campagna”, infatti, per contrastare la stabilizzazione degli agricoltori sulle loro terre, permettevano esclusivamente la costruzione di capanne provvisorie; queste erano generalmente circolari, formate da una semplice intelaiatura di pali di legno con le pareti di paglia e con al centro un focolare.

La consapevolezza delle pessime condizioni di vita dei contadini dell’Agro romano, l’assenza di scuole e di presidi medici, la totale mancanza di norme igieniche dovute alla vita promiscua dei nuclei familiari che vivevano insieme nelle capanne, fu al centro del programma della giunta di Ernesto Nathan che individuò nell’azione educativa la chiave di volta per sanare la situazione.

Con questa finalità si formò un piccolo gruppo di intellettuali, tra cui Angelo Celli, medico ed esperto nella prevenzione della malaria, sua moglie Anna Fraentzel, Sibilla Aleramo, Giovanni Cena, Alessandro Marcucci, che insieme a diversi artisti come Giacomo Balla, Duilio Cambellotti e Serafino Macchiati, diedero vita al Comitato per le scuole dei contadini a cui il Comune delegò l’attività educativa nell’Agro romano con la convinzione che l’istruzione rappresentasse un importante fattore di riscatto e di emancipazione sociale.

Fu un impegno, ispirato dall’idea di «andare verso il popolo», mirando a una educazione prevalentemente pratica che, oltre all’alfabetizzazione, privilegiasse insegnamenti civili e morali rispetto a nozioni e concetti. In questi anni furono aperte oltre quaranta scuole nell’Agro romano, frequentate da circa duemila giovani.

Fino a quel momento, per i numerosi artisti che traevano ispirazione dal paesaggio dei dintorni di Roma, l’immagine della campagna romana era quasi sempre rappresentata come un luogo ricco di fascino e di mistero dove convivevano vestigia antiche e natura selvaggia, spesso espressione di un intimo stato d’animo; diversamente, gli artisti coinvolti nel progetto educativo scelsero, piuttosto, un’arte di impegno umanitario che coniugava il verismo sociale dei temi scelti nelle loro opere con la decorazione di alcuni edifici scolastici, l’illustrazione dei sillabari e dei libri di lettura, la creazione di tavole didattiche.

Il lavoro svolto dal Comitato per le scuole dell’Agro romano venne esposto a Roma nel 1911, nell’ambito delle mostre per i festeggiamenti del Cinquantenario di Roma Capitale, quale testimonianza dell’attività filantropica del gruppo.

IL PRIMO CINQUANTENARIO DELL’UNITÀ D’ITALIA: ROMA 1911

Con una gestazione di circa sette anni, il 27 marzo 1911 s’inaugurava il giubileo laico volto a festeggiare l’unificazione del Regno d’Italia e i 40 anni dalla proclamazione di Roma capitale da parte del primo Parlamento italiano. La città divenne il fulcro principale di una triplice articolazione che, rispettosa delle altre capitali storiche, vide Torino e Firenze ospitare rispettivamente manifestazioni legate al progresso industriale e mostre di ritratto e floricoltura, per un evento che in quell’anno rese la capitale un centro propulsivo di richiamo internazionale. A Roma, il comitato esecutivo dell’Esposizione internazionale presieduto dal conte Enrico di San Martino Valperga assegnò le esposizioni artistiche, archeologiche e storiche da tenersi in varie zone a nord ovest di Roma, tra Castel Sant’Angelo e via Flaminia.

L’intensa attività del conte di San Martino, in quegli anni vero protagonista della scena culturale romana e nazionale, era da sempre impegnata nel campo dell’istruzione, dell’arte e dello spettacolo

e lo aveva portato già dal 1898 a presiedere la Società degli amatori e cultori delle belle arti di Roma. Assunse quindi dal 1908 la carica di presidente del Comitato per l’Esposizione del 1911, conseguendo in quest’occasione risultati eccellenti, tanto da essere nominato senatore del Regno su proposta di Giovanni Giolitti e, l’anno seguente, presidente della nascente Secessione romana.

Mostre regionali ed etnografiche si tennero nel grande spazio della piazza d’Armi, l’odierno quartiere delle Vittorie, intorno a piazza Mazzini, con apparati celebrativi “effimeri” il cui disegno architettonico fu affidato al giovane Marcello Piacentini, che realizzò anche il Padiglione delle Feste dotato di negozi e luoghi d’intrattenimento. In una sorta di viaggio attraverso l’Italia i 14 padiglioni regionali, allestiti secondo gli stili peculiari dei rispettivi luoghi, presentavano le diverse attività artigianali, a loro volta circondati da circa 40 “gruppi etnografici”, veri e propri quadri viventi caratteristici delle varie zone. In un laghetto artificiale galleggiava una maestosa nave romana e vi si affacciava un “toboggan”, divertimento costituito da un’alta torre in legno con scivolo; numerosi luoghi conviviali di ristoro completavano questa suggestiva “città di cartapesta”, irresistibile polo di attrazione per il pubblico.

La riva opposta, verso la zona denominata Vigna Cartoni (oggi Valle Giulia), fu resa facilmente raggiungibile dal nuovo Ponte del Risorgimento, inaugurato l’11 maggio per queste celebrazioni, innovativa costruzione in cemento armato che, per la sua unica amplissima campata, ebbe una risonanza internazionale.

L’Esposizione internazionale di belle arti si tenne nel nuovo edificio della Galleria nazionale d’arte moderna progettato da Cesare Bazzani, cui facevano da corollario i padiglioni di numerosi Paesi tra cui Stati Uniti, Inghilterra, Serbia, Giappone, Francia, Ungheria, Belgio, Germania, Russia.

Sull’angolo di via Flaminia era stata poi allestita la Mostra dell’Agro che, con la ricostruzione di Duilio Cambellotti di una tipica capanna della campagna romana, intendeva da un lato evidenziare le drammatiche condizioni di vita degli abitanti intorno alla capitale, oppressi dalla malaria e dalla miseria, dall’altro illustrare il lavoro svolto dall’azione educatrice del Comitato per le scuole dei contadini, fondato tra gli altri da Angelo Celli, Giovanni Cena, Alessandro Marcucci e dallo stesso Cambellotti, per l’emancipazione della popolazione rurale.

Le Terme di Diocleziano ospitarono inoltre una mostra archeologica e Castel Sant’Angelo fu sede di alcune “retrospettive” a vario soggetto, dalla topografia romana all’arte medievale e alla fotografia.

Una mostra sul Risorgimento e sulle raccolte garibaldine si tenne infine nel Monumento a Vittorio Emanuele, inaugurato il 4 giugno: con il suo gigantismo e la sua decorazione ridondante, arricchita da una proliferazione di Vittorie alate in marmo e bronzo dorato, questo nuovo edificio concludeva scenograficamente la prospettiva che da piazza del Popolo attraversa via del Corso, proseguendo idealmente verso il Ponte Vittorio Emanuele (inaugurato il 5 giugno), anch’esso ornato da Vittorie alate, diventate ormai il simbolo della nuova Italia.

Non solo edifici o apparati “di cartapesta” dunque, ma un innovativo sforzo urbanistico teso a una nuova progettualità per la capitale, che in quest’occasione visse un rinnovato impulso alla realizzazione di edifici, monumenti e ponti.

Foto Allestimento mostra ROMA.NASCITA DI UNA CAPITALE 1870 -1915 Fotografie@Alessandro Nanni

VERSO LA GUERRA: INTERVENTISTI E NEUTRALISTI

L’Italia non era entrata in guerra allo scoppio del conflitto nel 1914, scegliendo la neutralità. Ma da tempo neutralisti e interventisti si contendevano l’opinione pubblica e si confrontavano nelle piazze.

Contro l’entrata in guerra erano schierati i socialisti, il parlamento giolittiano e parte dei cattolici, mentre tra gli interventisti si annoveravano tutte le altre forze politiche: nazionalisti, repubblicani, radicali, sinistra moderata e massimalista.

Il contrapporsi dei due schieramenti vide il susseguirsi in tutto il Paese di manifestazioni e scioperi che coinvolsero ogni settore della società, compresi i letterati e gli artisti, con l’impegno in prima linea dei Futuristi capeggiati da Filippo Tommaso Marinetti, seguito da Umberto Boccioni e Antonio Sant’Elia (entrambi arruolatisi e morti nel 1916), Luigi Russolo, Mario Sironi e, a Roma, da Giacomo Balla. Quest’ultimo fu parte attiva nell’organizzazione delle dimostrazioni e fu arrestato due volte insieme a Marinetti e Benito Mussolini. Il nucleo di dipinti, collage e disegni interventisti da lui eseguiti a Roma intorno al 1915, riproduce in forme futuriste lo spirito dinamico e aggressivo di quel momento.

Vi fu tuttavia anche chi, come Francesco Paolo Michetti, proclamò la propria fede pacifista in Senato, nonostante i legami con i Savoia e l’amicizia con Gabriele D’Annunzio.

A Roma, con l’arrivo il 12 maggio di D’Annunzio, il più efficace propagandista dell’intervento, si accesero grandi manifestazioni antigiolittiane, mentre correva voce di accordi riservati tra Giovanni

Giolitti e i tedeschi. In realtà l’intervento a fianco dell’Intesa era stato già deciso in segreto da Antonio Salandra e dal ministro degli Esteri con l’avallo del re Vittorio Emanuele III, come consentito dallo Statuto.

Ma sono le grandi manifestazioni dello schieramento interventista sostenuto dalla piccola borghesia patriottica e dagli studenti a spingere l’Italia verso l’entrata in guerra contro l’Austria, la nemica storica del Risorgimento. Le giornate romane non furono solo il momento culminante della prima vera grande mobilitazione nazionale, ma fecero di Roma il centro reale e simbolico del Paese in quella fase drammatica.

Roma è chiamata dal suo glorioso passato, rievocato in Campidoglio da D’Annunzio il 17 maggio, a farsi guida di una nuova guerra conquistatrice.


Questo articolo è il frutto del lavoro dell’autore. Se vuoi aiutarlo contribuendo al mantenimento della Testata Giornalistica e alla diffusione dei suoi contenuti, fai una donazione tramite PayPal. Grazie!


Donazione libera di sostegno alla Testata Giornalistica GIORNALISTA INDIPENDENTE

GIORNALISTA INDIPENDENTE – Riproduzione Riservata – Testata Giornalistica Telematica Quotidiana N.168 del 20.10.2017. Direttore Responsabile MANUEL GIULIANO.

€1,00