AREA SACRA di LARGO ARGENTINA. Campidoglio, al via i lavori per l’apertura al pubblico dell’Area Sacra di Largo Argentina. Photo Cartella Stampa Courtesy of Ufficio Comune di Roma. Immagini Video 15 Aprile 2021 Area Sacra di Largo Argentina ©Giornalista Indipendente.

AREA SACRA LARGO ARGENTINA 15 Aprile 2021

Se i veri esseri sacri dell’area, i gatti, lo permetteranno, a metà Maggio prenderanno il via i lavori per l’apertura al pubblico dell’Area Sacra di Largo Argentina. Maison Bulgari e Roma Capitale, un nuovo e continuo mecenatismo contemporaneo che sta rigenerando i tesori storici e artistici della città capitolina. III e II secolo a.C. quattro templi, la dea Feronia, Giuturna, Fortuna huiusce dei, il basamento della curia di Pompeo, luogo dell’uccisione di Cesare. Sede di sacrifico e fede pagana, un punto di teletrasporto tra la storia e il presente. La Torre del Papito sarà la biglietteria, passerelle verticali e orizzontali lungo il percorso anche in notturna. (m.g.)

AREA SACRA di LARGO ARGENTINA. Campidoglio, al via i lavori per l’apertura al pubblico dell’Area Sacra di Largo Argentina. Photo Cartella Stampa Courtesy of Ufficio Stampa Comune di Roma. Immagini Video 15 Aprile 2021 Area Sacra di Largo Argentina ©Giornalista Indipendente.


COMUNICATO STAMPA CARTELLA STAMPA UFFICIO STAMPA COMUNE DI ROMA


COMUNICATO STAMPA

Campidoglio, al via i lavori per l’apertura al pubblico dell’Area Sacra di Largo Argentina

Roma, 14 aprile 2021 – Entro metà maggio prenderanno il via i lavori per rendere accessibile e visitabile l’Area Sacra di Largo Argentina.

Il sito archeologico, noto per la presenza di importantissimi edifici e strutture sacre a partire dall’età repubblicana, viene per la prima volta aperto ai cittadini in maniera organizzata.

La restituzione alla pubblica fruizione di questo importante complesso è stata resa possibile dalla donazione – da parte di Bvlgari S.p.A. – di circa un milione: nel 2019 l’azienda aveva siglato una convenzione con Roma Capitale, destinando a tale scopo 500.000 euro, cui si sono sommati i fondi residuali della precedente convenzione, stipulata nel 2014 per il restauro della Scalinata di Trinità dei Monti, per un valore di 485.593,58 euro.

I lavori, affidati dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali all’Impresa Biagioli S.r.l., aggiudicataria dell’appalto, dureranno 1 anno, a decorrere dalla data di consegna dell’area di cantiere.

L’Area Sacra di Largo Argentina è uno dei siti archeologici più suggestivi, immerso nel cuore della città. Grazie alla generosità della Maison Bvlgari, legata a Roma da un rapporto profondo di collaborazione e amore per il patrimonio culturale cittadino, finalmente stanno per partire i lavori che consentiranno l’apertura al pubblico di questo luogo così affascinante. Sarà realizzato un vero e proprio percorso in sicurezza fra gli antichi splendori: i visitatori potranno letteralmente camminare nella storia”, dichiara la Sindaca Virginia Raggi.

Jean-Christophe Babin, Amministratore Delegato del Gruppo Bvlgari, ha così commentato: “L’avvio dei lavori per l’Area Sacra di Largo Argentina segna un nuovo, importantissimo momento nella nostra sempre positiva collaborazione con Roma Capitale e la Sovrintendenza per valorizzare i tesori storici e artistici della Città Eterna. Da quando è stato riportato alla luce, questo gioiello è stato per anni visibile ai romani e ai turisti senza tuttavia poter essere pienamente ammirato ed apprezzato. Siamo orgogliosi di contribuire a un progetto che avvicina ai nostri occhi questo luogo, consentendoci di conoscerne la storia e scoprine i dettagli. L’Area Sacra verrà finalmente riportata al centro della vita culturale di Roma, come era secoli fa in epoca repubblicana”.

L’Area Sacra si conformerà così al criterio di “accessibilità allargata”, grazie alla realizzazione di camminamenti in quota – illuminati di notte con suggestive luci LED – che consentiranno ai visitatori una fruizione in tutta sicurezza.

Un atto di mecenatismo, questo, che consentirà a Roma Capitale di procedere a una significativa opera di valorizzazione di uno dei più estesi complessi archeologici, su cui insistono quattro templi di età compresa fra il III e il II secolo a.C., e che custodisce il basamento di tufo della Curia di Pompeo, luogo dell’assassinio di Giulio Cesare nelle Idi di marzo del 44 a.C., come riportato dalle fonti antiche. L’Area Sacra conserva, inoltre, nonostante le demolizioni del secolo scorso, numerose testimonianze della sua vita ininterrotta per oltre 2000 anni, come le fasi imperiali dei templi o le strutture di età medievale.

Oltre alla realizzazione dei nuovi percorsi su passerella, saranno realizzati alcuni interventi di restauro sui resti archeologici presenti nell’area. Lavorare per riaprire luoghi così importanti per cittadini e per tutti coloro che visiteranno la nostra meravigliosa città, vuol dire prendersi cura e avere sempre più modi e occasioni per conoscere la nostra storia, la nostra identità. Ringrazio Bvlgari per essere ancora una volta al nostro fianco” così Lorenza Fruci, Assessora alla Crescita culturale di Roma Capitale.

Per Maria Vittoria Marini Clarelli, Sovrintendente Capitolina ai Beni Culturali, “l’accessibilità universale dei siti archeologici è un impegno che la Sovrintendenza Capitolina ha preso con i visitatori e che è lieta di condividere con Bvlgari. Al termine di questi lavori ci auguriamo che l’Area sacra di Largo Argentina, uno dei luoghi chiave della continuità monumentale di Roma nei secoli, possa raccontare a tutti la sua storia straordinaria“.

Il progetto è articolato su tre elementi:

– la torre del Papito, che ospiterà i servizi di biglietteria e uno spazio espositivo nel portico esterno;

– un sistema di percorsi verticali e orizzontali interni all’area archeologica, comprensivi di una pedana elevatrice a cabina aperta che consentirà l’accesso all’area agli utenti diversamente abili. I percorsi su passerella permetteranno la visione ravvicinata dei templi e dei numerosi reperti archeologici provenienti dagli scavi e dalle demolizioni che hanno interessato la zona tra il 1926 e gli anni Trenta del secolo scorso;

– un’area espositiva coperta, che sarà allestita nel portico orientale dell’Area Sacra, oggi corrispondente alla parte situata al di sotto del piano stradale di via di San Nicola de’ Cesarini. Lungo il percorso, il visitatore potrà seguire lo sviluppo storico dell’area sacra attraverso una serie di pannelli che ospiteranno reperti rinvenuti nell’area e pertinenti alle diverse fasi di vita del complesso. Tra iscrizioni, frammenti di decorazioni architettoniche, terrecotte e resti di statue sarà possibile seguire le vicende del sito a partire dal III secolo a.C. fino alle demolizioni del ventennio fascista.

Il cantiere non interesserà la zona dell’Area Sacra in cui è ospitata la storica colonia felina di Largo Argentina.


L’area sacra di largo Argentina

Le demolizioni del quartiere compreso tra via del Teatro Argentina, via Florida, via S. Nicola de’ Cesarini e Corso Vittorio compiute nel giro di tre anni – tra il 1926 e il 1929 – e finalizzate alla costruzione di nuovi edifici riportarono inaspettatamente alla luce uno dei più importanti complessi archeologici della città di età repubblicana: una vasta piazza lastricata su cui sorgono quattro templi comunemente indicati con le prime quattro lettere dell’alfabeto, poiché la loro identificazione non è ancora del tutto certa.

Le uniche tracce riconoscibili di questo complesso archeologico erano allora visibili nella chiesa di San Nicola de’ Cesarini che inglobava nel suo interno i resti di un tempio rettangolare e, nel cortile annesso, dove le cinque colonne di tufo di un tempio rotondo erano state identificate già nel XVI secolo come tempio di Ercole Custode.

Quando nel 1926 ebbero inizio i lavori di demolizione, i ritrovamenti che man mano venivano alla luce superarono di gran lunga le aspettative al punto che nel 1927 il Governatorato sospese la concessione della licenza di costruzione, data in precedenza all’Istituto dei Beni Stabili

La storia dei lavori e il succedersi delle operazioni sono registrati nei giornali di scavo e nelle numerose relazioni pubblicate da Giuseppe Marchetti Longhi che seguì gli scavi per oltre 40 anni, mentre l’incarico di sistemare l’area fu affidato ad Antonio Muñoz, soprintendente alle Antichità e Belle Arti, il quale, per riportare i quattro edifici sacri al loro “primitivo isolamento”, fece demolire gran parte delle costruzioni inserite tra i templi e a questi strettamente collegate.

L’area fu frettolosamente allestita per la sua inaugurazione, avvenuta il 21 aprile del 1929, e da allora tale sistemazione non ha subito modifiche di rilievo.

Nel III secolo a.C., sull’originario piano di campagna, costituito da terra battuta e ghiaia, fu costruito il Tempio C. Posto su un alto podio di tufo e preceduto da una scalinata, era dedicato probabilmente alla dea Feronia. Il culto, originario della Sabina, sarebbe stato introdotto a Roma dopo la conquista di questo territorio a opera di M. Curio Dentato nel 290 a.C.

Allo stesso livello del Tempio C fu innalzato il Tempio A. Di dimensioni molto più piccole del precedente, secondo alcuni studiosi è da identificare con il tempio che Q. Lutazio Catulo, console del 242 a.C., fece costruire in Campo Marzio in onore di Giuturna. Innanzi ai Templi A e C furono rinvenute due piattaforme, cui si accedeva tramite quattro gradini, sulle quali erano posti due altari di peperino. L’altare davanti al Tempio C è integro e reca l’iscrizione che ne ricorda il rifacimento a opera di Aulo Postumio Albino; di quello davanti al tempio A, del tutto simile al precedente, si conserva, invece, in situ solo la cornice inferiore mentre parte di quella superiore fu inserita nell’altare di muratura posto al di sopra del pavimento di tufo.

All’inizio del II secolo a.C. fu costruito il Tempio D, dedicato ai Lari Permarini o, secondo altre ipotesi, alle Ninfe. Si deve attendere la fine del II secolo per l’ultimo tempio: dopo la battaglia di Vercelli del 101 a.C., che pose fine alla terribile guerra contro i Cimbri, Q. Lutazio Catulo, edificò il Tempio B, a pianta circolare su alto podio, dedicandolo alla Fortuna huiusce diei. A questa divinità si riferisce il grandioso acrolito (statua con testa e parti nude realizzate in marmo, mentre il resto è in bronzo o altro materiale) di cui sono stati rinvenuti la testa, un braccio e un piede, oggi conservati nel Museo della Centrale Montemartini.

Nell’80 d.C. un furioso incendio, ricordato dallo storico Cassio Dione, devastò gran parte del Campo Marzio, compresa l’area sacra di largo Argentina, che subì una profonda trasformazione dovuta ai restauri dell’imperatore T. Flavio Domiziano: le macerie furono spianate e al di sopra fu costruito il pavimento in lastre di travertino, ancora visibile. Furono rifatti anche il portico settentrionale e gli alzati dei templi.

All’inizio del V secolo l’area conservava, nelle sue grandi linee, l’aspetto assunto con la ristrutturazione domizianea, ma nel corso di questo secolo ebbe inizio il processo di abbandono e trasformazione degli edifici. Sulla base della documentazione di scavo e delle strutture ancora visibili, si può ipotizzare che, probabilmente agli inizi del VI secolo, l’area fu occupata da un complesso monastico di cui furono portati alla luce consistenti resti, poi in gran parte distrutti. In particolare fu edificata una grande sala rettangolare, unica struttura di questa fase scampata alla distruttiva “sistemazione” del 1929, in cui è stato riconosciuto il coenaculum del monastero. Questo aveva il suo oratorio all’interno del Tempio A, mentre le stanzette rinvenute a fianco del Tempio A e dietro il Tempio B sono forse da indentificare con le celle dei monaci. Il complesso è stato identificato con il monasterium Boetianum, noto da una citazione del Liber Pontificalis relativa agli anni 676-678.

Successivamente tra l’VIII e il IX secolo furono realizzate imponenti strutture in grandi blocchi di tufo, forse case aristocratiche anch’esse molto sacrificate dalla sistemazione del 1929. Sempre al IX secolo appartengono le prime testimonianze dell’impianto di una chiesa all’interno del tempio A, che nel 1132 fu dedicata a S. Nicola. Della fase di XII secolo restano l’abside, decorato con una teoria di santi, il pavimento cosmatesco e l’altare a cippo. La chiesa medievale fu poi obliterata da un nuovo edificio barocco, conosciuto come S. Nicola de’ Cesarini, che fu demolito nel 1927.

Nell’area sacra di largo Argentina, inoltre, è ancora oggi visibile, dietro il tempio rotondo di Fortuna, la parte esterna della Curia di Pompeo. La grande sala di oltre 400 mq, annessa al complesso del Teatro e dei Portici di Pompeo, certamente ospitò la celebre seduta del Senato delle Idi di marzo del 44 a.C., durante la quale fu ucciso C. Giulio Cesare. Dallo storico Plutarco sappiamo che in una nicchia del colonnato interno era posta la statua di Pompeo, ai piedi della quale cadde il corpo di Cesare trafitto dai colpi dei congiurati.

Torre del Papito

Ai margini del complesso archeologico, in angolo tra via Florida e via di S. Nicola de’ Cesarini è situata una delle torri superstiti del periodo medievale, la torre del Papito nota anche con la denominazione di torre dei Boccamazzi.

Incerta è l’origine del nome “Papito”: alcuni studiosi ritengono che il termine derivi dal soprannome attribuito all’antipapa Anacleto II (1132-1138) della famiglia dei Pierleoni, giovane di età e piccolo di statura e per questo definito “Papetto”; egli avrebbe ricostruito la chiesa di S. Nicola de’ Calcarario, includendo il colonnato del primo tempio del complesso archeologico. Secondo altri studiosi, e più verosimilmente, il nome “Papito” deriverebbe dalla famiglia dei Papareschi, anche chiamati “de Papa”, che avrebbero consacrato nel 1132 la restaurata chiesa di San Nicola de’ Calcarario e l’altare dedicato alla Santa Croce, alla Vergine Maria e al beato arcivescovo Nicola.

Le notizie d’archivio relative alla torre sono purtroppo frammentarie; secondo Tommassetti la torre del Papito sarebbe stata costruita nel secolo XIV dai Papareschi, poi sarebbe passata ai Foschi “de Judeis”, famiglia di origine ebraica, e alla famiglia dei Boccamazza. Da un documento dell’Archivio di Sant’Angelo in Pescheria risulta che la torre è ancora dei Boccamazza nel 1369. Infatti il 12 marzo dello stesso anno Angela, vedova di Pietro di Guglielmo di Cesario Cesarini, vende a Francesco di Pucio, notaio del rione Campitelli “[…] un palazzo casa annessa e giardino circondato da chiostro e con pozzo, posto nella stessa regione e nella parrocchia di S. Nicolò di Calcarario”. Tale palazzo era prospicente su due lati la via pubblica e confinava con gli altri, “da un lato col forno de’ Cesarini, dietro con Cecco del fu Luzio Foschi, erede di Giovanni Boccamazza, da un altro lato con la torre di un certo Nicolò de’ Boccamazza, che è detta Torre del Papito”.

In un altro documento d’archivio che reca la data del 23 aprile 1369, è riportato che il palazzo era ornato di pitture ed era di recente costruzione; ciò ha indotto Marchetti Longhi a ipotizzare che si trattasse dell’antica abitazione di Giovanni de’ Cesarini addossata alla torre e con ingresso al numero 43 di via S. Nicola de’ Cesarini, ricordata nell’Itinerario di Cencio Camerario.

Nel 1383, secondo il Tommassetti, la torre fu lasciata con testamento da Lella Boccamazzi, vedova di Cecco Montanari, al figlio Giovanni Montanari.

Alla fine del secolo XIV la torre apparteneva ai Cesarini che nel 1444 edificheranno nelle immediate vicinanze un grandioso palazzo, costruito sull’area precedentemente occupata dalle modeste abitazioni di proprietà dei Montanari, dei Cesarii e degli Orsini e la situazione rimarrà invariata fino al primo quarto del secolo XVIII, quando la proprietà passerà ai Persiani, proprietari terrieri e allevatori di bestiame.

Nella pianta del Catasto Urbano ordinato nel 1818 da Pio VII, la torre è prospicente il vicolo dell’Olmo ed è racchiusa su due lati, a settentrione e a occidente, da due fabbricati, così come appariva alcuni anni prima nella pianta di Giovan Battista Nolli. Nell’isolato che comprende la torre, è probabile, anche se non ne abbiamo testimonianza, che nella metà dell’800 siano stati attuati interventi di ristrutturazione edilizia, così come avvenne per il Palazzo Cesarini. Per quanto riguarda la proprietà Rodolfo Lanciani nella Forma Urbis Romae, alla fine del XIX secolo, la indica ancora di proprietà dei Persiani.

Nel 1917, con l’approvazione della Variante al Piano Regolatore, si attiva il procedimento che si conclude con la Convenzione stipulata tra l’Istituto Romano dei Beni Stabili e l’Amministrazione comunale (2 febbraio 1926) in base alla quale l’Istituto si impegnava, tra le altre cose, al restauro ed eventuale consolidamento del portico medievale della Torre.

Con Decreto Legge del 6 luglio 1931, di approvazione del Piano Regolatore Generale, fu previsto l’allargamento di via delle Botteghe Oscure, con il taglio dei fabbricati che si affacciavano sul lato sinistro della strada. I lavori di demolizione saranno completati dopo la fine della guerra, mentre tra l’agosto e il settembre del 1941 fu attuato l’isolamento della torre, con la demolizione degli edifici che la cingevano su due lati, il quale mise in evidenza le aperture che nel tempo erano state create nelle murature per il collegamento dei corpi di fabbrica.

Si rese quindi indispensabile l’intervento di restauro con ripresa della struttura laterizia.

Furono tamponate le due porte che si aprivano al piano terreno sui lati meridionale e occidentale e furono risagomate o chiuse altre aperture nei piani superiori, mentre il lato settentrionale fu lasciato interamente privo di finestre.

Alla base, in corrispondenza della via San Nicola dei Cesarini, Antonio Muñoz, direttore dei restauri della torre, volle che venisse realizzato ex novo il portichetto, nel quale furono reimpiegate le colonne che provenivano da un edificio demolito per l’allargamento della via delle Botteghe Oscure.

A causa dei considerevoli restauri effettuati nel tempo e dell’assenza di un rilievo grafico della torre prima del suo isolamento, riesce oltremodo difficile conoscere quali trasformazioni furono realizzate all’interno e in particolare nei due lati settentrionale e orientale.


Questo articolo è il frutto del lavoro dell’autore. Se vuoi aiutarlo contribuendo al mantenimento della Testata Giornalistica e alla diffusione dei suoi contenuti, fai una donazione tramite PayPal. Grazie!


Donazione libera di sostegno alla Testata Giornalistica GIORNALISTA INDIPENDENTE

GIORNALISTA INDIPENDENTE – Riproduzione Riservata – Testata Giornalistica Telematica Quotidiana N.168 del 20.10.2017. Direttore Responsabile MANUEL GIULIANO.

€1,00