IO STO A CASA, IN COMPAGNIA DELLA POESIA – Iniziativa promossa e ideata da Colophon Arte. Remo Girone legge Jorge Luis Borges I Giusti, Eugenio Montale Forse un mattino andando. I Poeti Maledetti n.1 Io e Baudelaire Who wants to live forever? un progetto di Biancofango – Teatro Torlonia di Roma 2019 Photo Courtesy of Uffcio Stampa Teatro di Roma. Narrazioni D’Argilla – Museo delle Mura di Roma 2020. Fernanda Andrea Cabello – La voce del vento, Francesca Romana Sansoni Impronta. Photo Courtesy of Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura.

Fernanda Andrea Cabello - la voce del vento

Remo Girone legge Jorge Luis Borges I Giusti

Comunicata nel tempo tra isolamenti, drammi e decadenze di eventi e epoche. La conoscenza della poesia antica, moderna e contemporanea aumenta il suo significato proporzionalmente all’aumentare delle stesse sofferenze e decadenze, delle capacità di voler accogliere anche verità che non si capiscono, ancora. (m.g.)

IO STO A CASA, IN COMPAGNIA DELLA POESIA – Iniziativa promossa e ideata da Colophon Arte. Remo Girone legge Jorge Luis Borges I Giusti, Eugenio Montale Forse un mattino andando. I Poeti Maledetti n.1 Io e Baudelaire Who wants to live forever? un progetto di Biancofango – Teatro Torlonia di Roma 2019 Photo Courtesy of Uffcio Stampa Teatro di Roma. Narrazioni D’Argilla – Museo delle Mura di Roma 2020. Fernanda Andrea Cabello – La voce del vento, Francesca Romana Sansoni Impronta. Photo Courtesy of Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura.

Poeti Maledetti - foto di Olimpia Nigris Cosattini

Francesca Romana Sansoni impronta

Remo Girone legge Eugenio Montale Forse un mattino andando


IO STO A CASA, IN COMPAGNIA DELLA POESIA – Iniziativa promossa da Colophon Arte


Soldati, Giuseppe Ungaretti

            Si sta come 

           d’autunno

           sugli alberi

           le foglie

 


Solo et pensoso i piú deserti campi, Francesco Petrarca

Solo et pensoso i piú deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge

et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co’llui.

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dal Canto XXVI, Inferno, Dante Alighieri

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indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori, e disse: “Quando

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ‘l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.

Io e ‘ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi,

acciò che l’uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.

“O frati”, dissi “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.


Gli occhi mie vaghi delle cose belle, Michelangelo Buonarroti

Gli occhi mie vaghi delle cose belle
e l’alma insieme della suo salute
non hanno altra virtute
c’ascenda al ciel, che mirar tutte quelle.
Dalle più alte stelle

discende uno splendore

che ’l desir tira a quelle,

e qui si chiama amore.

Né altro ha il gentil core

che l’innamori e arda, e che ’l consigli,

c’un volto che negli occhi lor somigli.

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La civetta, Giovanni Pascoli
Stavano neri al lume della luna
gli erti cipressi, guglie di basalto,
quando tra l’ombre svolò rapida una
                                 ombra dall’alto:
orma sognata d’un volar di piume,
orma d’un soffio molle di velluto,
che passò l’ombre e scivolò nel lume
                                pallido e muto:
ed i cipressi sul deserto lido
stavano come un nero colonnato,
rigidi, ognuno con tra i rami un nido
                               addormentato;
E sopra tanta vita addormentata
dentro i cipressi, in mezzo la brughiera,
sonare, ecco, una stridula risata
                              di fattucchiera:
una minaccia stridula seguita,
forse, da brevi pigolìi sommessi,
dal palpitar di tutta quella vita
                            dentro i cipressi.
Morte, che passi per il ciel profondo,
passi con ali molli come fiato,
con gli occhi aperti sopra il triste mondo
                           addormentato;
Morte, lo squillo acuto del tuo riso
unico muove l’ombra che ci occulta
silenzïosa, e, desta all’improvviso
                          squillo, sussulta;
e quando taci, e par che tutto dorma
nel cipresseto, trema ancora il nido
d’ogni vivente: ancor, nell’aria, l’orma
                          c’è del tuo grido.
 ******

A bordo, al timone, Walt Whitman

A bordo, al timone,

Un giovane nocchiero guida con attenzione.

Attraverso la nebbia, per il mare costiero, dolente tintinna,

La campana d’un gavitello – Oh, campana d’allarme, cul-

         lata dalle onde,

Invero tu fai buona guardia, campana che squilli lungo gli

         scogli,

Che squilli e squilli per evitare alla nave il naufragio.

Perché in guardia, o timoniere, tu badi all’allarme sonoro,

La prua si volta, la nave carica vira e rapida fugge sotto le

         grige sue vele,

La nave nobile e bella, con il carico suo prezioso, fugge via

lieta e sicura.

 

Ma, O nave, nave immortale! O nave, a bordo della nave!

Nave del corpo, nave dell’anima, che vai, e vai, e vai!

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Meriggiare pallido e assorto , Eugenio Montale

 

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

 

Nelle crepe dei suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

 

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

 

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.


Charles BaudelaireL’invitation au voyage

nella traduzione di Giovanni Raboni


L’invito al viaggio
Sorella mia, mio bene,
che dolce noi due insieme,
pensa, vivere là!
Amare a sazietà,
amare e morire
nel paese che tanto ti somiglia!
I soli infradiciati
di quei cieli imbronciati
hanno per il mio cuore
il misterioso incanto
dei tuoi occhi insidiosi
che brillano nel pianto.
Là non c’è nulla che non sia beltà,
ordine e lusso, calma e voluttà.
Mobili luccicanti
che gli anni han levigato
orneranno la stanza;
i più rari tra i fiori
che ai sentori dell’ambra
mischiano i loro odori,
i soffitti sontuosi,
le profonde specchiere, l’orientale
splendore, tutto là
con segreta dolcezza
al cuore parlerà
la sua lingua natale.
Là non c’è nulla che non sia beltà,
ordine e lusso, calma e voluttà.
Vedi su quei canali
dormire bastimenti
d’animo vagabondo,
qui a soddisfare i minimi
tuoi desideri accorsi
dai confini del mondo.
– Nel giacinto e nell’oro
avvolgono i calanti
soli canali e campi
e l’intera città
il mondo trova pace
in una calda luce.
Là non c’è nulla che non sia beltà,
ordine e lusso, calma e voluttà.

 


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